Il confronto tra i protagonisti del calcio e le regole che dovrebbero governare la tecnologia nel gioco torna prepotente dopo le parole di Daniele Minelli. L’ex arbitro, ritiratosi nel luglio del 2026, ha dichiarato ad AGI che le cosiddette “bussate” nella Sala Var erano note come vietate: un comportamento che, secondo lui, era discusso nell’ambiente ma non sanzionato adeguatamente dal protocollo.
Le sue osservazioni si inseriscono nel contesto dell’inchiesta della Procura di Milano che ha portato il designatore Gianluca Rocchi all’autosospensione.
Secondo Minelli, il problema non riguarda solo forme improprie di comunicazione, ma l’effetto concreto sulle valutazioni e sulle opportunità professionali degli arbitri. In particolare l’ex arbitro ha citato episodi come Udinese-Parma per spiegare che un intervento esterno nella Sala Var può incidere sul voto assegnato all’arbitro, con ripercussioni sulla graduatoria degli arbitri, sul diritto al gettone di presenza e, più in generale, sull’equità della competizione.
Le ‘bussate’ e il loro possibile impatto
Minelli sostiene che le bussate non fossero un fenomeno isolato ma una pratica nota: «Nell’ambiente se ne parlava», ha detto, sottolineando come la presenza di suggerimenti nella Sala Var sia dimostrabile osservando i video delle stagioni precedenti. Il cuore della critica riguarda il concetto di interventi esterni al Var, vale a dire qualsiasi influenza esterna che determini una correzione di decisione per alcuni arbitri e non per altri, creando così disparità nella valutazione finale richiesta dalla graduatoria interna.
Impatti sulle valutazioni e sulla classifica
Se un addetto Var spinge per una valutazione favorevole in una partita, questo si traduce in un voto positivo che può incidere sulla permanenza in organico dell’arbitro e, indirettamente, sulla classifica dei club: «Se a una squadra vengono corretti gli errori e a un’altra no», ha osservato Minelli, «si altera il cammino sportivo». Questo meccanismo, secondo le ricostruzioni, avrebbe generato una discrepanza tra chi riceveva correzioni e chi restava scoperto, con effetti sulla carriera e sulle entrate economiche degli arbitri.
Denunce, esposti e presunti falsi in atti
La vicenda ha anche una dimensione giudiziaria e disciplinare. Minelli racconta di aver presentato un esposto alla Procura Federale nel 2026 relativo a presunte irregolarità nella compilazione di un verbale del Comitato Nazionale, atto che sarebbe stato in parte falsificato per favorire la permanenza in organico di un collega al suo posto. Quel fascicolo, secondo Minelli, fu archiviato dal responsabile Chinè, ma nelle carte sarebbero contenuti documenti e chat che attestavano conversazioni tra componenti della Commissione Arbitrale.
La querela a Roma e le responsabilità contestate
Per questi motivi Minelli spiega di aver inoltrato una querela alla Procura di Roma nel 2026, dopo aver ritenuto insufficiente la reazione della Procura Federale. Nei suoi esposti emergono riferimenti a dichiarazioni attribuite all’allora designatore della serie B, Morganti, che quest’ultimo avrebbe poi smentito davanti alla Procura federale. La querela e le richieste di chiarimento puntano a chiarire le presunte discrepanze tra le mail, le chat e i verbali ufficiali.
Le reazioni sul campo e la vita dopo l’arbitraggio
Minelli nota inoltre un cambiamento nelle dinamiche operative della Sala Var: da quando al centro sono state disposte la presenza della Procura Federale in sala, dopo la denuncia di Rocca, e l’allontanamento di Rocchi e dei suoi vice da Lissone, «gli errori degli arbitri si sono moltiplicati», ha detto, osservando un aumento degli sbagli in gare recenti. L’ex arbitro non attribuisce automaticamente la responsabilità a questo fattore, ma ne segnala la coincidenza cronologica.
Dal fischietto all’agenzia immobiliare
Oggi Minelli lavora in un’ agenzia immobiliare e non calca più i campi: ritiratosi nel luglio del 2026, parla di nausea verso un ambiente che riteneva corrotto da scorrettezze sistemiche. «Nostalgia? No», afferma, sostenendo che Rocchi avrebbe dovuto dimettersi prima, perché «non aveva più il polso della situazione». Le sue parole contribuiscono a tenere alta l’attenzione sul bisogno di maggiore trasparenza e di controlli efficaci all’interno dei meccanismi arbitrali.
Il racconto di Minelli riapre un dibattito già acceso tra tifosi, club e istituzioni: come garantire l’integrità delle decisioni tecniche quando in gioco ci sono voti, graduatorie e interessi professionali? La risposta richiederà indagini chiare, responsabilità accertate e un lavoro di ricostruzione della fiducia intorno alla Sala Var e ai processi che valutano gli arbitri.