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L’opinione di Francesco Oggiano

A Liliana Segre non fate paura, fate pena

Liliana Segre è stata clandestina, richiedente asilo, perseguitata, internata, schiavizzata, liberata, celebrata, minacciata e infine di nuovo scortata.

Liliana Segre sotto scorta per le minacce.
Liliana Segre sotto scorta per le minacce.

La storia di Liliana Segre si ripete due volte: la prima come tragedia, la seconda pure. La senatrice a vita di 89 anni, ci perdoni il gioco di parole, è abituata a essere scortata: per prima cosa venne scortata fuori dalla scuola, dove non poteva andare perché ebrea; poi fu scortata fuori dall’Italia, fuori dalla Svizzera, quindi dentro a un carcere. Per ultima cosa, fu scortata nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove perse la famiglia, smarrì temporaneamente il senso del mondo ma mai la dignità.

È stata clandestina, richiedente asilo, perseguitata, internata, schiavizzata, liberata, celebrata, minacciata e infine di nuovo scortata. La colpa recente, in questa storia ottantennale, è di diffusa distribuzione. Ci sono i colpevoli ufficiali, i ragazzi di Forza Nuova (rimasti anonimi, ovviamente) che hanno appeso uno striscione davanti all’edificio in cui la Segre doveva tenere una conferenza: “Sala ordina: l’antifà agisce.

Il popolo subisce”. Ci sono i colpevoli ufficiosi, i leoni da tastiera (spesso rimasti anonimi anche loro) che hanno augurato la morte alla senatrice.

“Gli indifferenti” sono la categoria peggiore

E poi ci sono “gli indifferenti”, la categoria che Liliana ha sempre temuto più di tutti. Sono quelli che rimasti seduti e in silenzio in occasione dell’istituzione della Commissione contro l’odio, il razzismo e l’antisemitismo al Senato. Quelli come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che mai hanno detto una parola definitiva contro le formazioni considerate fasciste di questo Paese come Forza Nuova e Casapound, ma che al contrario le hanno ufficialmente appoggiate o ufficiosamente tollerate. Sono i negazionisti che in queste ore stanno diffondendo le loro tesi sui social.

Antonio: “Mi sembra un filino esagerato, quanto viene pompato sto caso”.

Sergio: “Doveva continuare la sua vita normale, di fortuna ne aveva avuta già tanta”. Raffaella: “Tanto paghiamo sempre noi”. Moreno: “Così ci distolgono dai atti criminali, vedi Bibbiano”. Mirco: “Una grande mossa mediatica”. Luca Marsella, consigliere comunale di Casapound: “Anch’io sono minacciato. Eppure a me la scorta non la danno”. Ci saranno giornate intere per interrogarsi su quello che abbiamo sbagliato, per scrivere della sconfitta di un Paese dimentico della sua storia, per rimuginare sull’infamia che ritorna, per riflettere sulla fragilità della nostra democrazia.

Ma solo per oggi e solo per loro, per i tanti italiani del 2019 che non si meritano Liliana Segre, valgono più di tutte le parole di Liliana Segre stessa: “Lavoravo come operaia nella fabbrica di munizioni assieme ad altre 700 ragazze.

Eravamo scheletrite, senza capelli. Incontrammo 4-5 coetanei della gioventù hitleriana. Ci sputarono addosso. Io li odiavo e sognavo dentro di me una vendetta. Quando sono diventata nonna ho ripensato a quei ragazzi e ho capito che non li odiavo più. Ne avevo una pena enorme. Erano figli di nazisti educati all’odio. Poveri ragazzi. Sono più fortunata io a essere nata vittima, e molto più fortunati i miei genitori, morti bruciati nel crematorio, dei loro parenti. Non li odio, no. E provo lo stesso ancora oggi per gli odiatori”. A Liliana non le fate paura. Le fate pena.

Pugliese di nascita, milanese d'adozione, giornalista professionista, ha lavorato per due anni ad Affaritaliani.it, poi per nove a Vanity Fair. Scrive tra gli altri per Vanity, Il Fatto Quotidiano, Wired, TheVision e Rivista Studio.


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Pugliese di nascita, milanese d'adozione, giornalista professionista, ha lavorato per due anni ad Affaritaliani.it, poi per nove a Vanity Fair. Scrive tra gli altri per Vanity, Il Fatto Quotidiano, Wired, TheVision e Rivista Studio.

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