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Gambe amputate dopo sparatoria: abbandonato dagli amici, sogna di correre ancora

Le gambe di Gaetano Barbuto sono state amputate dopo una sparatoria ma, nonostante complicazioni e sofferenze, il ragazzo sogna di tornare a camminare.

Sparatoria

Gaetano Barbuto è un ragazzo di 21 anni originario di Sant’Antimo, comune di Napoli, gambizzato il 20 settembre 2020. La sparatoria si è originata per futili motivi legati a questioni di mobilità stradale. A seguito dell’episodio, il 21enne ha trascorso circa due mesi presso una struttura ospedaliera campana, venendo sottoposto a quattro differenti operazioni chirurgiche e subendo l’amputazione di entrambi gli arti inferiori.

Sparatoria, gambe amputate tra abbandono e speranza

L’odissea di Gaetano Barbuto è ancora lontana dalla sua conclusione e contempla un nuovo ricovero in ospedale durante le festività natalizie, per consentire ai medici di monitorare un’infezione originatasi nella zona femorale. La vicenda di Gaetano è stata raccontata dal giovane in numerose interviste. A proposito del nuovo ricovero, ad esempio, il 21enne ha raccontato a ‘Il Mattino’: «L’infezione non è andata completamente via, quel che resta della gamba è attaccato ad una macchina che pompa ossigeno per uccidere questo virus, sono un mezzo androide e spero di esserlo per intero con le protesi.

I dottori e gli infermieri del Cardarelli, come la mia famiglia, sono stati fantastici. Gli amici sono spariti e anche la mia città, Sant’Antimo, mi ha voltato le spalle: non sanno cosa sia la solidarietà, mentre l’omertà ti viene insegnata già da bambino. Non sono più lo stesso Gaetano di quella sera, sono cambiato, sono una persona nuova. In questa disperazione ho riscoperto l’amore della mia famiglia: i miei genitori, pur essendo separati, sono stati dei giganti.

Si sono caricati sulle spalle un peso che io, forse, non sopporterei».

Il dolore e le delusioni seguiti alla sparatoria e alla perdita delle gambe, poi, sono stati descritti dal ragazzo anche a Gianni Simioli, conduttore del programma radiofonico ‘La Radiazza’. In questa circostanza, Gaetano ha confidato: «Consideravo i miei amici come fratelli, ma mi hanno abbandonato. Ho fiducia nella giustizia, anche se i tre presunti aggressori, che avevo identificato, sono stati scagionati e liberati. Ho avuto due fortune: il sostegno della famiglia e il lavoro dei medici degli ospedali campani, che mi hanno salvato. Penso sempre a Simone, il ragazzo ucciso a Casalnuovo, che non ha avuto la mia stessa fortuna. Sono stati tre mesi davvero difficili, ora vorrei andare a Bologna per mettere le protesi alle gambe e tornare a vivere e a camminare».

Il supporto della famiglia e le aspettative per il futuro

Nonostante l’abbandono da parte degli amici e delle forze dell’ordine, Gaetano è grato ai medici che gli hanno salvato la vita e al supporto incondizionato ricevuto dalla famiglia.

«Il vero porto sicuro è la famiglia: lo dico ai miei coetanei che vivono in posti dove puoi morire per una sciocchezza, come è capitato a Simone. Viviamo in una società dove io che ho rischiato di morire e sono senza gambe mi devo pure sentire una persona fortunata. Di quella sera ho due brutti ricordi in particolare: il primo è il mio migliore amico che era rimasto immobile, mentre venivo massacrato – ha affermato il giovane campano – Io trascorrerò il Natale in ospedale, i miei aggressori al sicuro in famiglia. Non voglio vendetta, ma giustizia, e non posso accettare che in Italia ci siano leggi che permettono a chi compie certe cose di essere comunque libero. La mia famiglia, per questo, ha lanciato un appello al presidente Sergio Mattarella».

Rispetto al futuro, invece, Gaetano Barbuto sa esattamente cosa desidera e gli obiettivi che vuole raggiungere per riconquistare a pieno una sorta di normalità. Ha, infatti, dichiarato: «Vorrei imparare prima a camminare e poi a correre con le protesi, sarebbe importante per tornare alla normalità. Poi voglio aiutare a crescere il mio fratellino di sette anni, voglio per lui un futuro migliore. E poi un viaggio, non ho ancora deciso se da solo o con tutta la famiglia. E, non per ultimo, voglio impegnarmi affinché non si ripeta quello che è accaduto a me e mostrare con orgoglio le mie cicatrici, che valgono più di mille parole».


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