La vicenda è esplosa quando una diffida firmata da Pietro Mattei, nipote del fondatore dell’ENI, è stata recapitata via PEC alla presidenza del Consiglio. Nella comunicazione si richiede espressamente la rimozione del cognome «Mattei» dal progetto governativo noto come Piano Mattei, il programma strategico rivolto ai Paesi africani che porta quel nome in omaggio all’ingegnere Enrico Mattei.
La missiva, inviata il 27 marzo, mette in rilievo un contrasto di valori e di interpretazione storica: secondo l’erede, l’uso del cognome è strumentalizzato a fini di propaganda e si pone in «totale antitesi» con l’eredità politica e industriale del fondatore. Accanto alla questione simbolica corre una battaglia materiale relativa a opere d’arte e cimeli che gli eredi reclamano dall’ENI.
La diffida e le ragioni esposte
Nel documento formale la famiglia denuncia che l’operato dell’esecutivo, guidato da Giorgia Meloni, diverge dalle politiche che caratterizzarono l’azione di Enrico Mattei. In particolare la critica si concentra su tre punti: la gestione delle politiche migratorie, i costi energetici e i rapporti internazionali, con una accusa di subordinazione agli interessi Stati Uniti.
Per gli eredi, l’adozione del cognome familiare per il programma rischia di alterare la memoria pubblica e di associare il nome a scelte che sarebbero opposte alla storica linea di «relazioni paritetiche» con i paesi produttori che caratterizzò l’attività del fondatore dell’ENI.
Il ruolo politico del nome
L’argomentazione centrale è che il toponimo o l’epiteto che accompagna un progetto pubblico non è neutro: chiamarlo Piano Mattei richiama un immaginario di autonomia energetica e di accordi «paritetici» con i Paesi produttori. Secondo Pietro, però, il contenuto pratico dell’iniziativa non rispecchia tali principi e anzi implicherebbe usi propagandistici del lascito storico. La diffida mette in chiaro la disponibilità a rivolgersi alle sedi giudiziarie con azioni civili e penali se il nome non verrà ritirato.
La disputa sui beni: quadri, documenti e musei
Accanto alla querelle pubblica, la famiglia ha avviato una vertenza giudiziaria per il recupero di oggetti e opere appartenute a Enrico Mattei. In particolare gli eredi hanno inoltrato una citazione in sede civile al tribunale di Macerata per chiedere la restituzione di alcuni dipinti, tra cui due nature morte di Giorgio Morandi datate 1919 e 1941, esposte fino a gennaio al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Questioni di proprietà e inventari
I nipoti sostengono che molte opere furono acquistate prima della nascita dell’ENI e quindi rientrerebbero nel patrimonio familiare; lamentano inoltre omissioni negli inventari mostrati dall’azienda. Dall’altra parte l’ENI rivendica la titolarità di questi beni come parte del patrimonio aziendale e annuncia che difenderà tale posizione nei procedimenti in corso. La controversia coinvolge anche la gestione di musei e sedi memoriali, con contestazioni sull’assegnazione di cimeli e sull’uso delle collezioni.
Dimensione familiare e divisioni interne
La famiglia Mattei non appare compatta: mentre Pietro ha firmato la diffida, la sorella Rosangela (Rosy) Mattei non ha sottoscritto il documento e ammette contatti tra il figlio e il Piano. Rosy gestisce la Casa Museo di Matelica e organizza iniziative commemorative, come la giornata prevista per il 29 aprile in occasione dell’anniversario legato a Enrico Mattei, a cui sono attese figure diplomatiche e culturali.
Rapporti personali e memoria pubblica
Le tensioni tra tutela privata del patrimonio e uso pubblico del nome mettono in luce la difficoltà di separare memoria storica e comunicazione politica. Gli eredi temono una «riscrittura» del mito del fondatore, mentre Palazzo Chigi insiste nel descrivere il Piano come volto a un rapporto «non predatorio» con l’Africa. Saranno dunque le aule, tanto politiche quanto giudiziarie, a chiarire i confini tra eredità storica, diritto d’immagine e politica industriale.
In sintesi, la vicenda unisce elementi simbolici e concreti: da un lato la richiesta formale di rimozione del cognome dal progetto governativo, dall’altro la battaglia legale sui beni d’arte e la gestione della memoria familiare. Il confronto resta aperto e destinato a sviluppi nelle sedi istituzionali e giudiziarie.