Le recenti dichiarazioni del presidente Donald Trump segnano un’ulteriore escalation nella guerra, tra pressioni militari sull’Iran e tentativi di gestione diplomatica dei conflitti regionali. La Casa Bianca ribadisce una linea dura su Teheran, soprattutto riguardo al controllo dello Stretto di Hormuz, mentre Trump alterna minacce di intervento e aperture negoziali condizionate, sostenendo che “l’Iran non deve avere l’arma nucleare” e che ogni decisione dipenderà da un accordo “vantaggioso per gli Stati Uniti”.
In questo contesto si inseriscono anche le mosse americane su Israele e Libano, dove Washington cerca di consolidare cessate il fuoco ancora fragili e potenzialmente reversibili.
Cessate il fuoco in Libano e costo della guerra per Washington
Parallelamente, Trump ha annunciato la proroga di tre settimane del cessate il fuoco tra Israele e Libano, dopo il secondo ciclo di colloqui ospitato alla Casa Bianca tra i rappresentanti dei due Paesi.
La tregua iniziale, annunciata la settimana precedente, sarebbe dovuta terminare dopo dieci giorni, ma Washington punta ora a trasformarla in una base per un accordo più stabile. Il presidente ha espresso ottimismo sulla possibilità di raggiungere una pace permanente entro l’anno, dichiarando: “Credo vi siano ottime probabilità. Penso che dovrebbe trattarsi di un obiettivo facile da centrare”.
Trump ha inoltre scritto su Truth Social: “Gli Stati Uniti collaboreranno con il Libano per aiutarlo a proteggersi da Hezbollah”, confermando la volontà americana di rafforzare il sostegno politico e strategico a Beirut.
Tuttavia, da parte israeliana restano forti perplessità. L’ambasciatore alle Nazioni Unite Danny Dannon ha ammesso che il cessate il fuoco “non è al 100%”, accusando Hezbollah di tentare di sabotare la tregua con il lancio di razzi nel sud del Libano. “Devo essere sincero – ha detto Dannon – il governo libanese non ha alcun controllo su Hezbollah”, sottolineando che Israele continuerà a reagire ogni volta che percepirà una minaccia concreta ai propri confini.
Sul fronte iraniano, il conflitto ha avuto un impatto pesantissimo anche sulle risorse militari americane. Il New York Times evidenzia che la campagna aerea di 38 giorni avrebbe comportato il consumo di oltre mille missili Tomahawk, circa 1.100 Jassm-Er, più di 1.200 intercettori Patriot e oltre mille missili balistici tattici e Atacms. Si tratta di armamenti strategici pensati soprattutto per eventuali confronti ad alta intensità con la Cina o per la deterrenza verso la Russia in Europa, e il loro utilizzo massiccio ha ridotto sensibilmente le riserve statunitensi. Il quotidiano sottolinea che i Tomahawk impiegati equivalgono a circa dieci anni dell’attuale ritmo produttivo americano, mentre gli intercettori Patriot utilizzati superano di oltre il doppio la capacità industriale annuale degli Stati Uniti.
Secondo il Wall Street Journal, alcuni funzionari dell’amministrazione Trump ritengono che questa situazione potrebbe perfino compromettere la capacità americana di rispondere rapidamente a un’eventuale crisi su Taiwan, qualora dovesse verificarsi nel breve termine. Intanto Washington ha annunciato una ricompensa fino a 10 milioni di dollari per informazioni utili alla cattura di Hashim Finyan Rahim al Saraji, leader della milizia sciita irachena Kata’ib Sayyid al Shuhada, accusata di attacchi contro diplomatici e personale militare statunitense in Iraq e Siria.
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Gli Stati Uniti starebbero predisponendo piani di emergenza per intervenire contro le difese iraniane nello Stretto di Hormuz nel caso in cui il fragile cessate il fuoco dovesse interrompersi. Secondo quanto riferito dalla Cnn, l’obiettivo principale sarebbe garantire la sicurezza di uno dei passaggi marittimi più delicati al mondo, da cui transita circa il 20% del petrolio globale. L’attenzione si concentrerebbe sulla neutralizzazione di mine navali, piccole imbarcazioni d’assalto rapido e altre minacce costiere utilizzate da Teheran per esercitare pressione strategica nella regione. Tra le ipotesi allo studio rientrerebbero operazioni di “targeting dinamico” nelle aree dello Stretto di Hormuz, del Golfo Persico meridionale e del Golfo dell’Oman, con possibili attacchi contro navi posamine, mezzi veloci d’assalto e altri strumenti asimmetrici impiegati dall’Iran per ostacolare il traffico commerciale. Come ha dichiarato un funzionario del Pentagono, “Le forze armate americane continuano a fornire opzioni al presidente Trump e tutte le opzioni restano sul tavolo”.
Donald Trump avrebbe inoltre ordinato alle forze statunitensi di aprire il fuoco contro qualsiasi nave sorpresa a posizionare mine nello stretto, ribadendo con fermezza che “Noi controlliamo lo Stretto di Hormuz” e che l’Iran “non deve avere l’arma nucleare”. Il presidente ha sottolineato di non avere fretta nei negoziati con Teheran, affermando: “Voglio un accordo con l’Iran che duri, non ho fretta”, e ha aggiunto: “Siamo stati in Vietnam per 18 anni, in Iraq per anni. In Iran da sole sei settimane. Non mettetemi fretta”. Trump ha inoltre sostenuto che Teheran stia vivendo una fase di forte instabilità interna, spiegando che gli iraniani “sono in agitazione” e che “vogliono un accordo, ma non sanno chi guida il paese”. Secondo il presidente americano, gli Stati Uniti hanno già colpito circa il 75% degli obiettivi previsti e il blocco dello Stretto resta “efficace al 100%”.