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Il terrore (tutto occidentale) del mokushoku: perché il silenzio ci mette così a disagio

Per quanto tempo noi occidentali riusciremmo a chiudere la bocca e ad ascoltare nient'altro che i nostri pensieri - caotici, confusi, ansiosi - prima di alzarci e urlare basta, è troppo?

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Ricordate quando da bambini giocavate al gioco del silenzio? In Giappone gli hanno dato un nome – mokushoku – e lo hanno fatto diventare una regola: a scuola vietato parlare durante le ore dei pasti, tutto per contenere le possibilità di contagio in un contesto con tanti bambini con, naturalmente, le mascherine abbassate.

Per due anni ai bambini è stato imposto di sedersi compostamente tutti nella stessa direzione e con sedie vuote a separarli gli uni dagli altri, il tutto in un silenzio tombale.

Ma ora qualcosa è cambiato. E mentre noi, in Europa, siamo alle prese con un’inaspettata ondata estiva e stiamo lentamente tornando a chiuderci nelle nostre case a dispetto della bella stagione, nel Paese del Sol Levante il calare dei contagi ha spinto il governo ad abbassare la guardia e ad eliminare alcune restrizioni, tra cui appunto il mokushoku.

Il silenzio è uno strumento delicato e potente. Ha a che fare con l’ascolto dell’altro, con il rispetto, ma anche e soprattutto con l’ascolto di se stessi. Per quanto tempo noi occidentali riusciremmo a chiudere la bocca e ad ascoltare nient’altro che i nostri pensieri – caotici, confusi, ansiosi – prima di alzarci e urlare basta, è troppo?

Riempiamo la giornata dei nostri figli di sport, hobby, attività che li tengano impegnati e quando si annoiano – non sia mai! – mettiamo loro in mano un iPad o un telecomando e lasciamo che trovino facile risposta alla loro noia.

Per esorcizzare una paura che in realtà è tutta nostra. Di noi, adulti con il terrore del silenzio e del vuoto.

Noi che durante il lockdown abbiamo fatto a gara a chi ha sfruttato meglio quel “tempo morto”, dimenticandoci che anche (e soprattutto) i tempi morti ci connettono con noi stessi e ci fanno capire, ragionare su cosa davvero vogliamo, su quello che veramente proviamo. E che per questo ci fanno tanta paura.

Ci fa paura non avere un rumore che ci impedisca di sentire le domande che abbiamo dentro. Chi sono io? Cosa voglio? È questa la vita che desidero per me stesso? Perché, nonostante tutti i miei sforzi, mi ritrovo tanto inerme davanti al dolore?

Siamo la società dell’horror vacui: abbiamo il terrore del vuoto, di una vita vuota, di un momento vuoto, di un rapporto vuoto. Perché in fondo il timore che ci paralizza è quello di scoprirci vuoti noi per primi: di non avere abbastanza, di non fare abbastanza, di non valere abbastanza. Di non essere, in fondo, mai davvero abbastanza.

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