Hashim Thaçi è stato condannato a 25 anni di carcere dalle Camere Specializzate per il Kosovo, il tribunale speciale con sede all’Aia e sostenuto dall’Unione Europea. L’ex presidente kosovaro è stato riconosciuto colpevole di crimini di guerra legati a omicidi, torture, maltrattamenti e detenzioni arbitrarie commessi durante il conflitto per l’indipendenza dalla Serbia. Insieme a Thaçi sono stati condannati altri tre ex dirigenti dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck): Jakup Krasniqi, a 25 anni, Kadri Veseli, a 18 anni, e Rexhep Selimi, a 13 anni.
I quattro erano presenti in aula durante la lettura del verdetto. Thaçi, che aveva lasciato la presidenza quasi sei anni fa proprio per affrontare il processo, è apparso impassibile.
I crimini di guerra e il ruolo di Thaçi
Secondo le conclusioni dei giudici, i quattro imputati avrebbero contribuito in modo sostanziale all’attuazione di un comune piano criminale contro persone considerate oppositrici degli obiettivi politici e militari dell’Uck.
Le vittime, in gran parte albanesi del Kosovo, sarebbero state arrestate, detenute e sottoposte a violenze perché contrarie all’organizzazione, ostili alla sua linea politica oppure sospettate, spesso senza fondamento, di essere spie o collaboratori del regime serbo. Le accuse hanno riguardato complessivamente 385 persone per detenzione arbitraria, 49 per maltrattamenti, 303 per tortura e 96 per uccisioni illegali.
I giudici hanno però assolto i quattro dagli addebiti di crimini contro l’umanità, ritenendo non sufficientemente provato che le violenze facessero parte di un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile nel suo complesso.
Per quanto riguarda Thaçi, il collegio ha ritenuto che l’ex presidente, membro dello Stato maggiore dell’Uck e capo della Direzione politica, avesse avuto un ruolo centrale nella formulazione e nell’attuazione del piano. Gli è stato attribuito anche un coinvolgimento personale nell’arresto, nella detenzione arbitraria e nell’interrogatorio di 13 parlamentari, oltre che nell’arresto, nel trasferimento e nell’uccisione illegale del professore albanese Behajdin Allaq. Il processo, hanno precisato i giudici, non riguardava la legittimità dell’obiettivo politico dell’Uck, cioè l’indipendenza del Kosovo, ma l’impiego di mezzi criminali da parte di alcuni suoi membri.
Le proteste a Pristina e le reazioni politiche
La sentenza ha provocato forti reazioni in Kosovo, dove Thaçi e gli altri imputati sono ancora considerati da molti eroi della guerra d’indipendenza. Nei giorni precedenti al verdetto, migliaia di persone si erano radunate nel centro di Pristina con bandiere albanesi, ritratti dei quattro ex combattenti e striscioni che ne chiedevano l’assoluzione. Dopo la lettura delle condanne, centinaia di giovani hanno seguito il verdetto su un maxischermo in Piazza Scanderbeg, intonando cori a favore di Thaçi e dell’Uck. Una folla si è poi concentrata davanti alla sede di Eulex, la missione dell’Unione Europea che aveva favorito l’estradizione dell’ex presidente. Alcuni manifestanti hanno tentato di scavalcare la recinzione dell’edificio, mentre sarebbero state lanciate pietre e bottiglie. La polizia antisommossa ha respinto i dimostranti e, secondo fonti locali, la sede sarebbe stata evacuata.
Il primo ministro kosovaro Albin Kurti ha definito la sentenza e le pene inflitte una “ingiustizia inaccettabile“. Il ministro degli Esteri Glauk Konjufca ha parlato di una decisione “triste, ingiusta e immeritata“, sostenendo che non vi sarebbe stata alcuna cospirazione criminale dell’Uck contro la popolazione. A Belgrado, invece, la condanna è stata accolta positivamente. Il ministro dell’Interno serbo Ivica Dačić ha dichiarato che la sentenza avrebbe demolito la “falsa narrazione” sugli ex combattenti considerati eroi nazionali e avrebbe confermato, a suo giudizio, la natura dell’Uck. Dačić ha tuttavia criticato l’assoluzione dai crimini contro l’umanità, definendola una “manovra politica” che, secondo lui, ridurrebbe la portata delle sofferenze subite dai serbi in Kosovo e Metohija. Thaçi dovrà inoltre affrontare un procedimento separato per presunta intimidazione dei testimoni, il cui avvio è previsto alla fine del mese.
