Luca Burini, direttore di Novella 2000, è stato aggredito la mattina del 5 settembre a Milano, in zona Porta Romana, da tre giovani. Dopo alcuni giorni ha scelto di raccontare pubblicamente quello che era successo, e da allora la sua storia ha fatto il giro dei social e della tv, tra solidarietà, polemiche e attacchi. Con lui abbiamo scelto di non ripercorrere ancora i fatti, ma di partire da quello che resta: le sensazioni, il rapporto con la città, la denuncia, la sicurezza a Milano.
L’intervista
A quasi tre settimane dall’aggressione, come stai oggi, fisicamente e non solo?
Fisicamente sto bene. Negli ultimi tre giorni c’è stato un miglioramento sensibile, anche perché ho tolto i punti e tutto è diventato più facile da gestire: i dolori diminuiscono e le ferite si stanno rimarginando. Resta il tema di due ematomi interni, che al momento è la cosa che pesa di più. Psicologicamente non ho avuto gravi ripercussioni. Da un confronto con lo psicologo è emerso che essere rimasto dentro l’aggressione, mentalmente, potrebbe avermi permesso di elaborarla, non lo so. Per me il trauma peggiore resta, come ho detto più volte, il momento in cui mi sono fermato dopo la corsa per scappare: lì mi è salita tutta la paura per quello che poteva succedere dopo, insieme a un senso di abbandono e di solitudine. Ho molto chiari i volti e la dinamica, quindi quando ci ripenso non provo paura. Provo fastidio, senso di violazione, ma paura no.
Cosa ti è rimasto addosso di quella mattina, al di là delle ferite?
Tanto fastidio, un fastidio umano per tutto quello che mi è successo e che ricade sulla quotidianità: una serie di intoppi e rallentamenti che non ci sarebbero stati se non fossi stato aggredito. E c’è anche tanto fastidio per le reazioni, o le non reazioni, alla scelta di parlarne.
Hai cambiato abitudini, orari o percorsi dopo l’aggressione?
Intanto una precisazione: l’aggressione è avvenuta la mattina del 5, non del 6 come hanno riportato alcuni giornali. Quanto ai percorsi, non li ho cambiati, perché non voglio farmi avvelenare la vita. Per più di dieci giorni, però, non sono stato autonomo e non ho potuto riprendere la mia vita di prima: ora che sto meglio scoprirò quanto questa cosa finirà per limitarmi. Per ora non vivo con paura l’idea di uscire. Ho parlato con molte persone che hanno subito aggressioni, mi hanno scritto in tanti. Un amico di lunga data mi aveva raccontato, circa un mese prima, che lui e un altro amico erano stati aggrediti in zona nostra, rientrando a casa. L’ho rivisto in questi giorni: gli è rimasta un po’ di paura, e ora si sposta in macchina, con la fidanzata o in gruppo. Io questa cosa non la vivo, anche perché, per come è successa, credo potesse capitare in qualsiasi scenario: mentre aspetti un taxi, mentre vai a prendere il tram, mentre vai a recuperare la macchina al parcheggio. La sto vivendo in modo molto razionale e non ho modificato granché.
Hai detto che la cosa più inquietante è l’assenza di un movente. Perché una violenza senza motivo fa più paura di una rapina?
Teoricamente il movente era la rapina: mi hanno chiesto una sigaretta e, visto che non ne avevo, mi hanno detto che mi avrebbero portato via tutto quello che avevo addosso. Quello che mi inquieta è che, per l’obiettivo che avevano dichiarato, tutta quella violenza non serviva. Erano tre contro uno: bastava che due mi tenessero fermo e il terzo, invece di riempirmi di botte, mi portasse via portafoglio, cellulare e il resto. Potevano prendermi anche la camicia. Per quanto dicano i leoni della tastiera, vorrei vedere loro: non è così facile essere uno contro tre. La cosa inquietante resta questa violenza gratuita.
Vivi e lavori a Milano da tempo. Che idea avevi della sicurezza prima di quella mattina, e oggi? Pensi che la violenza sia cambiata o che sia cambiato il modo in cui ne parliamo?
Vivo a Milano da vent’anni e sono consapevole che vivere in una grande città, non solo a Milano, non è come vivere nel paesino di mia nonna con duecento abitanti: mi pare quasi banale doverlo dire. Ho sempre tenuto gli occhi aperti quando giravo da solo, anche se non sono una persona ansiosa. Le grandi città sono pericolose, ma non credo che i piccoli centri lo siano poi molto meno: nel paese dove vivono i miei genitori mi è capitato di girare la sera con amici e trovare l’ubriaco molesto in pieno centro, senza un’anima in giro. Quando mi sono trasferito, venendo da una realtà di provincia, Milano mi è sembrata una giungla, un posto dove non si poteva essere ingenui, e all’inizio mi è parsa molto più pericolosa di oggi, ma credo dipendesse dal passaggio da una realtà all’altra.
Ultimamente sento molte più storie, e mi ha sorpreso che qualche settimana fa un amico che conosco da vent’anni sia stato aggredito a pochi passi da casa nostra. Non riesco a dire se la città sia diventata più pericolosa o se semplicemente se ne parli di più: è una risposta che non mi sento di dare. Di certo, in vent’anni non mi era mai successa una cosa neanche lontanamente simile, e sono quasi certo che non sia mai capitata a nessuna delle persone che conosco. Verrebbe da dire che è più pericolosa, ma sarebbe una risposta superficiale.
Si parla spesso di differenza tra sicurezza reale e sicurezza percepita. Dopo quello che hai vissuto, ti sembra una distinzione che regge?
Una distinzione c’è, è innegabile, perché ognuno ha la sua percezione personale delle cose. Quanto quella percepita, che a giudicare dai commenti sui social è molto bassa, sia sovrapponibile a quella reale, credo che nessuno possa dirlo davvero: dipende troppo dal punto di vista personale.
Il tram che non si è fermato è diventato il simbolo della vicenda. Ti sei dato una spiegazione per quell’indifferenza? Hai perdonate quelle persone?
Nell’immediato mi è sembrata una cosa surreale. Poi la mia vicenda è diventata “mainstream”, con migliaia di commenti sotto il reel de ‘La Volta Buona’ e sotto i post ripresi dai giornali, e a distanza di giorni non mi sorprende più. Su quel tram c’è probabilmente la stessa gente che commenta sui social, spesso in un italiano discutibile, e che diffonde fake news. Sono le stesse persone che prendono il tram e, per fascia d’età, possono essere anche i genitori di ragazzi come quelli che mi hanno aggredito. Se un caso come il mio diventa l’occasione per attaccare una vittima e gli altri utenti, e per costruirci sopra delle storie, non mi sorprende né l’indifferenza né che ci siano in giro ragazzi che si divertono così. Possiamo dare la colpa ai Comuni o al governo centrale, ma credo che tutto parta da noi, dalla violenza che continuiamo a coltivare nel nostro privato.
Il perdono non è una delle mie qualità. Le persone del tram non ho nemmeno pensato di perdonarle. Chi mi ha aggredito sicuramente non lo perdono, e non perdono nemmeno gli hater dei social.
Hai raccontato di oltre cinque ore per riuscire a sporgere denuncia. Cosa non ha funzionato nel percorso e cosa cambieresti?
Per me la trafila per la denuncia era surreale, e ci tengo a dirlo, anche se poi sembra che interessino di più il numero dei pugni e la nazionalità. La cosa che mi ha sorpreso di più, e su cui credo debbano riflettere sia la destra sia la sinistra, è che una persona pestata a sangue debba andare a fare denuncia perché partano le indagini. È assurdo che non partano d’ufficio, perché quello che è successo a me non è un problema solo mio: è un problema di tutta la comunità. Se non fossi andato a denunciare, non sarebbero nemmeno iniziate le indagini per cercare questi tre delinquenti, che domani sera possono attaccare te, o chiunque altro. Poi c’è il tema dei tempi: sì, hai novanta giorni, ma se l’unico modo per arrivare a queste persone sono le immagini delle telecamere di sorveglianza, e quelle immagini vengono cancellate in pochissimo tempo, basta che passi una settimana e la denuncia è probabilmente inutile. Se uno viene aggredito così e per giorni non sta bene, non ci sarà più alcuna possibilità di identificarli.
Quanto alle ore: ho scelto di denunciare di domenica, la mattina dopo, perché in settimana per esigenze di lavoro non avrei avuto il tempo. Il commissariato della mia zona sulla carta risultava aperto: sono arrivato e mi hanno detto che era chiuso. Mi hanno consigliato di andare direttamente in questura, dove si accettano denunce sette giorni su sette, ventiquattr’ore su ventiquattro. Mi è sembrato assurdo che non ci sia certezza su quali commissariati siano aperti, come se la domenica non si commettessero reati: credo anzi che nel weekend aumentino. In questura non stavo per niente bene, e ho capito che l’attesa poteva essere di cinque-sei ore, insostenibile per me fisicamente. Non c’è distinzione tra chi è lì per aver smarrito qualcosa e chi è vittima di un’aggressione con conseguenze fisiche, e questo mi ha sorpreso.
Un agente mi ha detto di andare in Santo Sepolcro, che su Google risultava chiuso ma dove, secondo lui, accettavano denunce. Ho suonato e mi hanno risposto che ero già il quarto della giornata e che non è vero che lì si accettano denunce. Sono stati molto gentili, mi hanno dato dell’acqua, avrebbero voluto darmi anche da mangiare: probabilmente facevo impressione. Mi hanno suggerito di provare nella sede dei Carabinieri dietro l’angolo, prima di tornare a fare la fila in questura. Ero a trenta metri: mi sono affacciato e sono riuscito a fare la denuncia. Non so nemmeno se fossero di turno, ma due persone, dopo aver sentito quello che volevo denunciare, si sono guardate, mi hanno chiesto i documenti e ho potuto finalmente denunciare. Da quando sono uscito di casa a quando sono rientrato, la sera, sono passate più di sei ore. Capisco perché poi alla gente passi la voglia di denunciare, soprattutto quando non stai bene: io facevo una fatica enorme a camminare, e aspettare sei ore in questura mi sembrava una tortura, dopo quello che avevo vissuto.
Sai se le riprese della zona sono state acquisite?
Dell’indagine non so nulla: mi aspettavo che qualcuno mi contattasse, ma né i Carabinieri né altri mi hanno fatto sapere niente. Non so se le immagini siano state trovate, se siano servite a qualcosa, se non siano state cercate. Anche questo, un po’, dà fastidio.
Dalla tua esperienza, ci sono zone o fasce orarie di Milano in cui ti senti meno tutelato? Cosa servirebbe secondo te?
Mi è successo in una zona che per molti sui social non è centro, ma che è considerata centro e ha un prezzo al metro quadro che di certo non è da periferia. Non ci sono zone in cui mi senta più o meno tutelato. Fino al giorno dell’aggressione avrei detto che ci sono zone più pericolose, ma visto che è successo in tutt’altra area mi viene da dire che la cosa è talmente casuale che non fa differenza. Su cosa si può fare non sono un esperto: credo che Milano abbia una buona copertura di mezzi, e non si può pretendere la polizia o i carabinieri a ogni incrocio, mi sembra utopistico. Posso dire che, quando succede una cosa del genere, queste persone vanno cercate, trovate e messe nelle condizioni di non nuocere più agli altri.
Hai scelto di non dire la nazionalità degli aggressori e sei stato attaccato per questo. Perché questa scelta, e cosa ti è arrivato in risposta?
Non ho detto la nazionalità, prima di tutto perché non la so. Poi perché umanamente cambia pochissimo: i pugni li ho presi a prescindere dal colore della mano. Ho fatto ai Carabinieri la descrizione più precisa possibile e ho le mie impressioni, ma né l’aggressione né chi l’ha compiuta si prestano a nessuna delle narrazioni che fanno comodo alla politica e al pubblico dei social. Ho spiegato perché non potevo indicare una nazionalità, e nel mio post su Instagram ho scritto che le mani che mi hanno colpito erano di tre colori diversi. Eppure mi accorgo che si continua a parlare di aggressione omofoba da parte di fascisti, o di tre nordafricani che volevano derubarmi. Nessuna di queste narrazioni è giusta. Purtroppo molte persone non riescono a comprendere nemmeno un testo semplice.
Sono stato attaccato non solo nei post: c’è chi si è preso la briga di scrivermi in privato. Sono andati a leggere miei articoli, probabilmente si sono accorti che Novella 2000 non fa più gossip ma si occupa di diritti civili, per rinfacciarmi la carriera e dirmi che ero stato punito proprio da chi avrei tutelato. Io giornalisticamente non tutelo nessuno: racconto le cose. Mi sono arrivate anche minacce e messaggi che dicevano che avevano fatto bene. Cose per cui ti chiedi in che mondo siamo?
Questa strumentalizzazione, però, me la aspettavo. Per questo nei primi cinque giorni avevo escluso quasi del tutto di raccontare la vicenda e non mi sono fatto foto: se avessi voluto costruire una narrazione, le avrei scattate il giorno in cui sono uscito dall’ospedale. Quella foto è della sera di cinque giorni dopo l’aggressione. Mi fa sorridere chi la analizza dicendo che dopo venti pugni dovrei avere più lividi. Sapevo che ci sarebbe stato un tentativo di strumentalizzazione, anche da parte della politica: fa parte del gioco. Mi dispiace che non si sia capita la ragione per cui ho raccontato questa cosa, che mi pare di aver spiegato e rispiegato.
Dopo che hai raccontato la tua storia, ti hanno scritto persone che hanno vissuto qualcosa di simile? Cosa ti hanno detto?
Mi hanno scritto in tanti in privato, e non ho ancora finito di leggere tutto. Ognuno reagisce in modo diverso: alcune persone mi hanno quasi commosso. Mi dispiace sentire tutto questo dolore e questi strascichi nella vita quotidiana, nell’affrontare le cose dopo che qualcuno ti ha violato. Credo sia una delle ingiustizie peggiori che si possano subire, al di là del fatto che gli aggressori vengano poi trovati e puniti. Mi dispiace davvero tanto.
Hai detto che è inutile lamentarsi della sicurezza se non siamo i primi a volerla migliorare. Cosa può fare, concretamente, un cittadino?
In parte ho già risposto. Il problema della sicurezza non mi sorprende, vista la gente che c’è in giro. Per migliorarla basterebbe, prima di tutto, chiamare i soccorsi quando si vede qualcuno in difficoltà. Poi passare meno tempo a commentare sui social ed essere più reattivi nella vita privata, essere meno violenti in generale, perché la violenza genera violenza. C’è chi si ferma alle parole e chi arriva anche a quella fisica, ma il tema esiste.
Se oggi potessi parlare a quei tre ragazzi, cosa vorresti dire loro?
Non ho nulla da dire, sinceramente. Spero che vengano trovati e puniti, non ho bisogno di altro. Provo tanto disprezzo, tanta sorpresa e, sotto certi aspetti, anche pena: probabilmente hanno delle vite incomplete. A me non verrebbe mai in mente di andare in giro a picchiare qualcuno, come non mi verrebbe in mente di offendere la gente sui social. Dietro queste cose ci sono dei problemi. Ma non ho nulla da dire, se non che spero vi trovino e vi puniscano.
Se potessi rivolgerti oggi al sindaco e al prefetto, cosa chiederesti?
Non ho granché da dire: forse dovrebbero essere loro a dire qualcosa.
Al momento, dal Comune, mi ha contattato solo la consigliera Monica J. Romano, che conosco per lavoro. Mi mancano ancora tanti messaggi da leggere, quindi qualcosa potrebbe essermi sfuggito. Mi hanno scritto anche una senatrice e la sindaca di Firenze, Sara Funaro, dopo aver letto la mia vicenda. Da parte di Sala, che credo sia stato chiamato in ballo più volte (in tanti dicevano che sarei a libro paga suo), non credo ci sia stata un’esposizione. Ho letto anche una dichiarazione di solidarietà di De Corato di Fratelli d’Italia, ma dal sindaco e dalle istituzioni milanesi non ho ricevuto comunicazioni ufficiali. Non mi sorprende. Credo che la mia scelta di non dire la nazionalità e di non prestarmi a nessuna narrazione, perché non ce n’è nessuna da fare se non un’aggressione a scopo di rapina da parte di tre persone di colori diversi, forse non sia così accattivante.La ragione per cui ho deciso di parlare era un’altra: la mia vicenda fa riflettere su come si possa migliorare la legge. Ci sono i giorni di prognosi che fanno scattare la denuncia e le indagini d’ufficio, che in un caso come il mio sarebbero quaranta. Io ne ho avuti meno di venti, quindi mi immagino come debba arrivare in ospedale chi ne ha quaranta: forse avrà poco da dire, sarà proprio impossibilitato a fare la denuncia. Non mi aspettavo tanto la solidarietà, che fa piacere ma serve poco: in questi casi ti servono le persone che ti stanno vicino. Volevo provare ad aprire un confronto su questo argomento, e mi pare che sia caduto abbastanza nel vuoto, in modo anche sorprendente, perché tutti parlano di sicurezza in Italia, la destra in particolare. Si potrebbero fare tante cose, al di là dello scontro tra destra e sinistra. Mi sembra una riflessione che non dovrebbe essere divisiva.
Vuoi aggiungere qualcosa sul perché hai scelto di raccontare la tua storia?
Sì. Mentre ero seduto in ambulanza, fermo sul posto in via Montenero, sono arrivati i carabinieri e uno di loro mi ha detto che quella notte c’erano state tante aggressioni. La mattina dopo, forse mentre aspettavo in questura, ho provato a cercare su Google se fosse uscito qualcosa, e non c’era nessuna notizia. Non è un problema dei giornalisti: io ero ignorante su questo aspetto, ma una collega che fa cronaca da anni mi ha spiegato che dipende dal codice con cui si arriva in pronto soccorso, e che vengono trattati solo i codici rossi. Questo è quello che mi è stato detto.
Ho pensato che ci fossero altre persone, chi messo un po’ meglio di me, chi forse peggio, e altrettanti delinquenti che, se nessuno va a denunciare subito, vivono la loro vita come se niente fosse: tornano a casa, si fanno una doccia, buttano i vestiti o hanno una mamma brava che li smacchia, non lo so. E la sera dopo altro giro: danno uno schiaffo a un ragazzino e gli rubano il telefono, il giorno dopo aspettano da un’altra parte e passa una signora, e la scippano. Questo mi ha spinto a dire: proviamo a parlarne.
Mi dispiace che la discussione, che non riguarda solo i milanesi ma tutti noi cittadini, finisca in attacchi personali e politici, quando invece servirebbe una riflessione, nostra e della politica. Io e tutte le persone che quella notte sono state picchiate le botte le abbiamo già prese: ci servono poco queste liti da pollaio. Ci servirebbero risposte. Vorrei che, la prossima volta, l’indagine partisse cinque minuti dopo, mentre sei in pronto soccorso a farti mettere i punti, senza bisogno di andare la mattina dopo a fare denuncia per provare ad arrivare a questa gente.
