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Mamma e figlia avvelenate con la ricina: cosa ha detto la prof sentita per la terza volta

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Madre e figlia avvelenate con la ricina: la professoressa, collega di Gianni Di Vita, ascoltata per la terza volta dagli investigatori.

Il caso della madre e figlia avvelenate con la ricina continua a scuotere il Molise e ad alimentare un’indagine complessa, tra testimonianze, accertamenti tecnici e rapporti personali ancora da chiarire. Al centro degli approfondimenti investigativi resta anche una prof di matematica, già ascoltata più volte dagli investigatori nelle ultime settimane per chiarire alcuni aspetti legati alla vicenda.

Madre e figlia avvelenate con la ricina: cellulari sequestrati, testimonianze e rapporti familiari sotto esame

Gli investigatori stanno incrociando dichiarazioni, analizzando possibili contraddizioni e approfondendo vecchi dissapori familiari, questioni economiche e rapporti personali ritenuti rilevanti per il contesto dell’inchiesta. Tra le piste prese in considerazione non vengono escluse neppure eventuali tensioni sentimentali collegate alla figura di Gianni Di Vita, ex sindaco di Pietracatella e commercialista molto conosciuto nell’ambiente politico e culturale locale.

In questo quadro investigativo è stata ascoltata più volte anche Laura, cugina dell’ex sindaco e persona molto vicina alle figlie della coppia. Gli investigatori stanno inoltre analizzando il materiale contenuto nei dispositivi elettronici sequestrati: telefoni cellulari, tablet e computer appartenenti ad Antonella, Sara e ad Alice, la figlia sopravvissuta, considerata parte lesa insieme al padre.

Proprio il telefono di Alice potrebbe aver offerto elementi particolarmente utili agli inquirenti.

La giovane, seguendo il consiglio del legale della famiglia materna, avrebbe annotato in modo dettagliato gli alimenti consumati durante le festività, i sintomi accusati nelle ore successive e le persone presenti ai vari incontri conviviali. Questi appunti vengono ora considerati fondamentali per ricostruire con precisione la sequenza temporale dell’avvelenamento e capire quando la ricina possa essere stata introdotta nei cibi.

Nel frattempo, Gianni Di Vita avrebbe dichiarato la propria disponibilità a consegnare spontaneamente anche il suo cellulare personale. Ogni elemento raccolto viene analizzato con estrema attenzione dagli inquirenti, che continuano a lavorare per chiarire responsabilità e movente in una vicenda ancora avvolta da numerosi interrogativi.

Mamma e figlia avvelenate con la ricina: la prof dell’agrario sentita per la terza volta dagli inquirenti

Al centro degli approfondimenti investigativi resta una professoressa di matematica, amica della famiglia Di Vita, ascoltata per la terza volta negli uffici della questura di Campobasso come persona informata sui fatti. La docente insegnerebbe all’istituto agrario di Riccia, lo stesso nel quale lavora anche Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara Di Vita, le due donne decedute tra il 27 e il 28 dicembre dopo aver ingerito, secondo gli inquirenti, una sostanza altamente tossica identificata nella ricina.

La donna si è presentata in questura insieme al marito, cercando di sottrarsi all’attenzione mediatica, mentre gli investigatori della Squadra Mobile continuano a ricostruire i rapporti personali e le frequentazioni che ruotavano attorno alla famiglia. Gli inquirenti ritengono infatti essenziale chiarire ogni legame, amicizia o dinamica privata che possa aiutare a comprendere cosa sia accaduto nei giorni precedenti alla tragedia.

Uno dei punti più complessi riguarda proprio l’origine della ricina: gli investigatori stanno valutando sia la possibilità di un acquisto tramite dark web sia quella di una preparazione artigianale ottenuta attraverso procedimenti chimici sofisticati. Nei mesi scorsi sarebbero stati stati effettuati controlli anche all’interno dell’istituto agrario di Riccia, con verifiche su laboratori e materiali presenti nella struttura, ma senza risultati concreti in grado di confermare collegamenti diretti con la produzione della ricina.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Larino, procede per omicidio premeditato, anche se al momento non risultano persone formalmente indagate