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Malika Chalhy dimostra che non basta essere vittima per diventare portabandiera di una battaglia

L'acquisto di una Mercedes e di un cane trasformano la vittima di omofobia in una delusione per chi l'ha trasformata nella portabandiera di una battaglia.

Malika Chalhy Mercedes

Comprare una Mercedes (da 17mila euro). Comprare un cane (da quasi 2500 euro). Prendere una casa in affitto a Milano. Spendere i soldi ricevuti attraverso una raccolta fondi – dove si spiegava che sarebbero stati donati anche in beneficienaza – non solo per ricostruirsi, ma per compiacersi.

Permettersi dei lussi attraverso delle donazioni, esponendosi alle critiche, ma anche svilendo una battaglia (quella contro l’omofobia), deludendo chi ha partecipato alla raccolta fondi (esercitata attraverso due piattaforme online, e arrivata alla cifra affatto trascurabile di 150mila euro) e in qualche modo sprofondare da vittima in carnefice (di se stessi).

Potrebbe essere questa la sintesi della parabola di Malika Chalhy, 22 anni, fiorentina. Prima vittima degli atteggiamenti omofobi dei genitori, dunque cacciata di casa dopo aver dichiarato il suo amore per un’altra ragazza, infine eletta a transitoria eroina contro l’omofobia.

La recente primavera, la giovane si è infatti imposta all’attenzione dei media per la sua struggente storia, divenendo rapidamente simbolo dello sgomento italiano di fronte all’ennesimo esempio di violenza omofoba.

Intervistata in molte trasmissioni, protagonista di numerosi show televisivi, ha raccontato il suo difficile vissuto, ha prestato la voce per cause simili e altrettanto dolorose, si è accompagnata ad agenti dello show business che evidentemente hanno provato a metterla a sistema come si fa con una starlette.

Poteva essere una storia a lieto fine – la giovane sfortunata che riesce a ricostruirsi e a rimettersi in piedi – invece è diventata una storia sulla pochezza dei nostri tempi.

A distanza di tre mesi dal primo interesse mediatico, la storia di Malika Chalhy ha infatti gloriosamente dimostrato due assunti elementari. Il primo è che entrare nel ciclone mediatico è un terremoto che in pochi sanno superare indenni. Il secondo, forse più elementare, è che vivere un’esperienza straordinaria – essere vittima di una storia infelice, o di quella storia essere carnefice – non ti trasforma necessariamente in un portabandiera.

Per essere dei portabandiera, non è sufficiente aver sofferto. Per essere degli attivisti serve anche – soprattutto? – studiare, prepararsi, tenere un rigore reale. Anche quando la telecamera si spegne. Anche quando il tuo manager ti fa sembrare che non sia così. E ti salta in mente che forse, dopo aver tanto sofferto, puoi anche toglierti uno sfizio. Una macchina. Una casa nuova. Un cane che costa quasi il doppio del tuo vecchio stipendio.

Dovremmo saperlo, però ci sorprendiamo ogni volta. Eppure quotidianamente ormai assistiamo alla nascita di mostri. Personaggi che vengono sbalzati dalle loro vite – più o meno semplici – alla ribalta nazionale, increduli per quello che stia accadendo loro (e, naturalmente, del tutto inadeguati a comprendere le conseguenze delle loro azioni). Negli anni la cronaca nera, esattamente come il gossip, hanno partorito diversi esempi di questo straordinario fenomeno di “ista-celebrity”, ovvero persone qualsiasi travolte da una popolarità repentina.

Abbiamo assistito – forse all’inizio cinicamente divertiti, dunque spaesati, infine piuttosto disturbati – all’apoteosi di personaggi inadeguati che, assediati dai giornalisti, venivano invitati a parlare in diretta nazionale con la stessa frequenza con cui prima siedevano per chiacchierare al bar, erano scelti come testimoni di cause, dotati di manager televisivi in grado di gestirne l’immagine. Il fine era unico: trasformarli in piccoli eroi del quotidiano.

La verità è che viviamo tempi di eroi ed eroine necessarie e fulminee, chiamate alla ribalta per ruoli molto più ingombranti e impegnativi di quelli che potrebbero sopportare. Nella lunga lista di eroine all’arrembaggio – dopo l’apoteosi di Asia Argento, da paladina del #metoo a presunta violentatrice – la storia di Malika Chalhy è solo l’ennesimo esempio, purtroppo, di una cultura vampirizzatrice e molesta.

L’intervista di Selvaggia Lucarelli su TPI è la fotografia di un malessere più grande di quello che possiamo immaginare.
Malika Chalhy traballa su molte verità – spiega di aver mentito sui proprietari dell’auto, definisce bene di prima necessità un cane di razza -, dunque corre ai ripari facendo dei bonifici per delle associazioni benefiche e postandone su Instagram le foto (dove le cifre sono nascoste), rilascia un’intervista a Fanpage in cui spiega: “in tutto io ho speso 55mila euro dei 140mila della raccolta fondi, e 14mila li ho dati in beneficenza (Fanpage ha visionato alcune ricevute di bonifico datate oggi, ndr)”.

Quarantunomila euro in una manciata di mesi non è male, ed è naturale venire sommersi da critiche perché quei soldi avevano uno scopo ben lontano da togliersi degli “sfizi”.

In ogni caso, la giovane cade in diverse contraddizioni, forse è consigliata male, alla fine decide – come sempre più accade in questo tempo in cui la comunicazione avviene su più livelli – di confidarsi su Instagram, dove la seguono quasi 100mila persone. Utilizza un linguaggio sempre più frequente sui social network, si rivolge al “suo pubblico” definendolo la sua “famiglia” che in qualto tale “merita tutta la trasparenza del mondo”, dice “vi voglio bene” e sottolinea come “da oggi voglio mostrarvi la persona che sono senza filtri mediatici, e quindi vi invito a chiedermi qualsiasi cosa”.

Speriamo solo che questa storiaccia non incida sulla buona fede dei donatori, e resti per quello che è: l’immagine dolente di una ragazza giustamente immatura – considerata l’età -, e l’eccessiva necessità dei nostri tempi di cercare portabandiera in chicchessia. Almeno per quindici minuti di popolarità.

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