×
L’opinione di Giuseppe Acconcia

L’Arabia Saudita non sarà la culla del nuovo Rinascimento

E non è la prima volta che Renzi appoggia i regimi totalitari.

renzi arabia saudita culla del nuovo rinascimento

L’ex premier e leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha partecipato a una conferenza del think tank Future Investment Initiative (FII) in Arabia Saudita nel pieno della crisi di governo in corso in Italia. Un video virale online mostra i momenti salienti dell’incontro tra Renzi e il principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman.

Salman, con il piglio della propaganda di regime, ha illustrato i successi ottenuti dal paese in termini di qualità della vita, infrastrutture, costo del lavoro, investimenti, turismo, crescita economica e demografica. «È un grande piacere e un grande onore essere qui con il grande principe Mohammad bin Salman» ha commentato l’ex premier durante l’incontro, lodando i passi avanti fatti da Riyad e auspicando che «l’Arabia Saudita possa essere il luogo per un nuovo Rinascimento».

Senza mai criticare Salman, Renzi ha citato il ruolo saudita di leader in Medio Oriente e nel mondo.

L’Arabia Saudita è uno dei paesi della regione dove le violazioni dei diritti umani sono costanti, non è permessa nessuna forma di opposizione e di manifestazione del dissenso, i diritti dei lavoratori sono ogni giorno calpestati e il ricorso a manodopera straniera sottopagata di migranti senza diritti è la prassi quotidiana. Il regime saudita è anche considerato il mandate dell’omicidio del giornalista del Washington Post, Jamal Khashoggi, fatto a pezzi il 4 ottobre 2018 nel Consolato saudita a Istanbul per i suoi articoli critici verso la monarchia.

Businessman sauditi sono accusati di aver finanziato ampiamente il terrorismo internazionale perpetrato da gruppi jihadisti nella regione, incluso lo Stato islamico (Isis). Non solo, la monarchia saudita continua a sostenere i più controversi autocrati in Nord Africa e Medio Oriente a cominciare dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, a sua volta accusato di impressionanti violazioni dei diritti umani, e che ha conquistato il potere proprio grazie al sostegno di miliardi di dollari che sono arrivati al Cairo dopo il colpo di stato militare del 3 luglio 2013 da Riyad, cancellando completamente il sogno di cambiamento avviato dalle così dette Primavere arabe con le proteste in piazza Tahrir del 2011 di cui in questi giorni ricorre il decennale (2011-2021).

Renzi e il sostegno ai regimi autoritari in Medio Oriente

Sono anni che Matteo Renzi frequenta gli autocrati della regione, inclusi Emirati Arabi Uniti e Kazhakistan, nel solco di affinità in politica estera sovrapponibili a quelle dei Repubblicani di Donald Trump negli Stati Uniti. Renzi è stato il primo premier europeo a riconoscere il ruolo politico di al-Sisi, partecipando al summit di Sharm el-Sheikh in Egitto nel 2015, accogliendo con tutti gli onori il presidente egiziano a Roma, quando ancora il regime militare al Cairo doveva consolidarsi, e salutando al-Sisi come un “modello di stabilità” per il Medio Oriente.

In occasione della scomparsa, tortura e morte di Giulio Regeni nel gennaio 2016, l’allora premier Matteo Renzi ha reagito con giorni di ritardo, come confermato nelle dichiarazioni rilasciate nell’udienza alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso, rendendo necessaria una smentita da parte della Farnesina che ha confermato che Renzi aveva appreso la notizia il giorno stesso della scomparsa di Regeni.

Probabilmente, anche in quell’occasione, l’ex premier non ha voluto infastidire oltre modo i suoi alleati nella regione. Da anni infatti, il leader di Italia Viva si reca in visita in Arabia Saudita per conferenze e incontri e fa parte del board di FII, presieduto da Yasir al Rumayyan, a guida del fondo sovrano saudita. Secondo il quotidiano Domani, Renzi, che fa parte della Commissione Difesa del Senato e aveva fatto parte della Commissione Esteri, percepirebbe uno stipendio che può raggiungere gli 80 mila dollari l’anno proprio per questo incarico da parte della monarchia saudita.

Stop alle armi saudite

Con un tempismo perfetto, al rientro di Renzi in Italia, è arrivata la buona notizia della revoca dell’export di armi e della sospensione della concessione di nuove licenze da parte italiana ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Missili e bombe saudite sarebbero stati utilizzati nel sanguinoso conflitto in Yemen in cui Riyad è coinvolta in una guerra per procura contro le milizie sciite Houthi. Secondo la Rete per il Disarmo, lo stop riguarderebbe sei diverse autorizzazioni, già sospese nel luglio 2019, tra le quali la licenza MAE 45560, decisa verso l’Arabia Saudita nel 2016 durante il governo Renzi, che include 20mila bombe aeree della serie MK per un valore di oltre 411 milioni di euro.

Un rapporto delle Nazioni Unite del gennaio del 2017 aveva definito i bombardamenti sauditi in Yemen “possibili crimini di guerra”. Anche il Parlamento europeo a settembre 2020 aveva approvato una risoluzione di condanna contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per avviare un “embargo dell’Unione europea sulle armi” esportate in questi paesi.

Ricordiamo che alcuni paesi europei restano tra i principali fornitori di armi anche per il regime egiziano con i contratti di vendita di aerei da caccia Rafale e di navi militari Gowind, siglati dalla Francia, e la vendita di fregate Fremm per un valore di 1,2 miliardi di euro, e i nuovi accordi militari firmati l’8 dicembre 2020 che includono 24 M346 jet, 24 Eurofighter Typhoon, 20 navi di pattugliamento e un satellite militare, voluti dall’Italia.

Biden congela la vendita di armi all’Arabia Saudita

Ad anticipare la decisione italiana, ci aveva pensato il presidente degli Stati Uniti, il democratico Joe Biden. Dopo la cerimonia di insediamento del 20 gennaio scorso, uno dei primi provvedimenti di Biden, insieme alla cancellazione del Muslim Ban e delle politiche in tema di migrazione, come la costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico, è stato il congelamento della vendita di armi all’Arabia Saudita e la revisione delle forniture di armi per miliardi di dollari per altri paesi della regione, inclusi gli Emirati Arabi Uniti. L’ex presidente Donald Trump aveva sempre assicurato il suo sostegno pieno e incondizionato alla monarchia saudita e agli altri regimi della regione, puntando il dito contro Teheran.

La revisione, decisa da Biden, riguarda la vendita di munizioni con guida di precisione a Riyad, la fornitura di F-35 a Abu Dhabi, approvata nell’ambito degli accordi di Abramo, firmati il 13 agosto 2020 da Stati Uniti, Israele e Emirati Arabi Uniti. La decisione di Biden è arrivata in linea con i suoi annunci in campagna elettorale in cui aveva assicurato di voler evitare che le armi degli Stati Uniti venissero utilizzate dal regime saudita in Yemen aggravando la crisi umanitaria che ha provocato migliaia di morti civili e anni di carestia nel paese.

Contents.media
Ultima ora