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RAI: DI TUTTO, DI SI. ANZI, DI NO. IL SILENZIO DELLA BACCARELLI E IL REFERENDUM “RIFLESSIVO”.

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Ieri sera, ad un passo dal sonno (ancor più per la conduzione sonnacchiosa di un dibattito elettorale del quale si sarebbe potuto tranquillamente fare a meno), la RAI ci ha regalato uno dei suoi numeri migliori, l’ennesimo: di quelli che mandano in fumo – con una superficialità abissale – anni e anni di studio della buona lingua italiana. Pace a Dante e all’anima sua.

In onda c’era un confronto parlamentare sul prossimo referendum costituzionale sulla giustizia, a firma RAI PARLAMENTO: un appuntamento di “supposta” rilevanza istituzionale, condotto nientepopodimenoche da Anna Maria Baccarelli, vice direttore di testata. Una professionalità di quelle senza macchia e senza peccato, si sarebbe detto. Un garante dell’informazione di qualità. Una custode della buona tv. E invece “NO”.

Perché mentre i politici discutevano di riforme, articoli, principi costituzionali, la sigla del programma, la grafica dei countdown, la scenografia stessa d’un semicerchio anni’60 sfoggiavano con fierezza due lettere che, da sole, sono bastate a decretare il fallimento culturale di un’intera azienda di servizio pubblico: “SI”, senza l’accento.

Certo, avete letto bene. “SI”, come il riflessivo. Come “si mangia”, “si dorme”, “si sbaglia”, quest’ultimo, particolarmente appropriato. Non “SÌ”, come l’avverbio di affermazione che ci si aspetterebbe in un referendum dove si vota appunto, scegliendo di riformare ben 7 articoli della Costituzione sbarrando un “SÌ” oppure un “NO“.

Fatto al compito in classe di italiano del liceo, quell’errore blu ti avrebbe portato dritto a prendere un bel 3 ed il pubblico ludibrio di una classe intera. Lo stesso errore blu che, in un concorso per giornalista, ti farebbe archiviare il curriculum nella cartella “da riciclare”.

Eppure, alla RAI – che non è certo un liceo (negli ultimi tempi vanno di moda gli istituti tecnici, meglio ancora se “alberghieri”) e che dovrebbe essere la cattedrale della lingua italiana – quel “SI” senza accento è passato inosservato. O peggio: è passato approvato. Con chi aggiunge che a qualche “direttore di turno” (braccia possenti rubate all’agricoltura, la Coldiretti ci perdoni!) quella grafica “sbagliata” sarebbe stata anche fatta notare, incassando il più classico dei: “Ma dai, chi se ne accorge? E poi senza accento eliminiamo un sacco di problemi…”. Così, in un sol colpo, grafici, responsabili di produzione, redattori, e finanche un vice direttore in persona, Anna Maria Baccarelli (che conduceva la trasmissione e che sedeva lì in studio come garante di un’informazione seria, corretta, pubblica) avrebbero fatto pippa (nel più gentile senso della parola) e tirato avanti come buoi al giogo dell’ignoranza.

Perché, signori cari ed abbonati resistenti ormai a tutto, quello visto non è un errore di battitura su Twitter. Non è un refuso in un articolo di cronaca locale. È un errore sistemico, entrato dentro una schermo intero per tutte le porte possibili, in un dibattito istituzionale – che speriamo, anzi siamo certi, hanno guardato in pochi – udite, udite: “sulle modifiche da apportare alla Carta Costituzionale” e non ad un documento qualunque. Come organizzare un convegno di matematici e sbagliare le tabelline sullo sfondo. Invitare i sommelier e servire il vino nel bicchiere di plastica o – come accaduto al Festival di Sanremo – scrivere “Repupplica” con due “pp” invece di due “bb”. Robe veramente da “scappati di casa”.

E, in tutto questo, la Baccarelli? Muta, per assecondare passivamente il suo direttore (al secolo Giuseppe Carboni, un peccato originale targato Cinque Stelle) e far passare il più grave dei messaggi: la RAI che ha ormai smarrito ogni attenzione al dettaglio – quella che distingue il professionista dall’improvvisatore – persa com’è tra buchi di bilancio, tagli e palazzi in vendita, nomine direttive che (“Milano-Cortina” docet, vedi cerimonia inaugurale by Paolo Petrecca, team Meloni) – fanno rabbrividire per l’inconsistenza totale che si portano dietro.

Anna Maria Baccarelli, onestamente da Lei ci aspettavamo di più.

Più cura, più attenzione, più resistenza. “NO”, quelle non ce le ha avute.

“SÌ”, invece – quello con l’accento – accondiscendenza, passività, negazione di ogni buon proposito: quelle ce le ha avute tutte. Al punto di aiutarci a rilanciare la domanda delle domande: “Ma oggi ha ancora senso pagare un canone per assistere a queste forme sempre più diffuse e discriminate di scempio?”. Quella grafica – putroppo per lei, cara vicedirettrice – non mente, anzi la dice lunghissima su tante, troppe cose che le risparmiamo, sofferente com’è nel praticare uno sport molto diffuso in RAI in questo momento storico: l’esercizio della “bandiera bianca” (o di quella nera se si vuole fare carriera).

Nessun pistolotto, la realtà parla per noi: la RAI dovrebbe essere il luogo dove l’italiano è custodito, celebrato, insegnato per osmosi. Dovrebbe essere l’antidoto alla decadenza linguistica dei social, non il suo megafono istituzionale. E invece, ieri sera (9 marzo, ndr), ha dimostrato che anche l’ortografia è diventata un optional. Che il “SI” impersonale ha mangiato il “” referendario e nessuno ha alzato la mano per dire: “Scusate, c’è un baco”.

La grammatica un lusso da intellettuali? Forse.

La RAI, certamente, il luogo dell’ignoranza diffusa, dell’approssimazione generalizzata, del “tanto va bene così” che sta divorando ogni standard. Parole che, cara Baccarelli, ci creda: fanno più male a chi le scrive che a chi le legge e il paradosso la dice lunga assai sul declino a cui anche lei, col suo “azzerbinamento ortografico”, ha deciso di inchinarsi. E se non riusciamo più a distinguere il “” dal “SI“, forse è il caso di dire “NO” e metterci un punto. Che ne pensa?

RAI: DI TUTTO, DI SI. ANZI, DI NO.

P.S. Per i grafici della prossima puntata: l’accento sulla “i” si chiama accento grave. Si trova sulla tastiera, a destra della vocale. Si fa con un dito solo. Sì, è proprio così semplice.