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Reza Pahlavi e le proteste in Iran: viaggio, accuse ai media e appello per la democrazia

Reza Pahlavi e le proteste in Iran: viaggio, accuse ai media e appello per la democrazia

Reza Pahlavi ha diffuso un videomessaggio in cui si propone di rappresentare gli iraniani in lotta per la democrazia; il fenomeno si inserisce in decenni di repressione e proteste

Negli ultimi giorni è circolato un videomessaggio pubblicato su X dal primogenito dell’ultimo Scià, Reza Pahlavi, in cui l’ex esponente della famiglia reale ribadisce il proprio impegno per la libertà dell’Iran. Nel messaggio, Pahlavi racconta di aver viaggiato in Europa per spiegare la situazione degli iraniani che, a suo avviso, sono «in ostaggio del regime», e si dichiara pronto a portare avanti la battaglia anche da solo se necessario.

Questo appello si intreccia con una narrazione più ampia fatta di proteste, repressione e richieste di cambiamento.

Il contenuto del videomessaggio

Nella comunicazione pubblica, Pahlavi sottolinea più volte che gli iraniani sarebbero «pronti per la democrazia» e ricorda che «migliaia di persone sono morte per questo». Vive negli Stati Uniti e in passato si è offerto come figura in grado di guidare una fase di transizione dopo la caduta del regime.

Durante gli incontri europei, secondo il suo racconto, ha cercato di parlare direttamente ai cittadini e ai governi per dare voce ai manifestanti e alle famiglie dei detenuti. Pahlavi accusa anche alcuni giornalisti europei di concentrarsi su temi diversi, come le critiche agli Stati Uniti o a Israele, piuttosto che sulla condizione delle persone arrestate o scomparse.

Critiche ai media e richieste di attenzione

Il messaggio contiene un richiamo esplicito all’importanza di focalizzarsi sulle vittime interne: Pahlavi lamenta che le domande durante le conferenze stampa spesso vertano su questioni geopolitiche invece che sulle storie dei manifestanti. Questa critica mette in luce una tensione tra narrazioni internazionali e le istanze sollevate dalla società civile iraniana. Per molti osservatori, il dibattito mostra la difficoltà di tradurre la protesta in una pressione esterna efficace se non c’è una copertura mediatica che rimetta al centro le vittime e le rivendicazioni di chi scende in piazza.

Le radici storiche delle mobilitazioni

Le proteste attuali non nascono nel vuoto ma si inscrivono in una lunga storia di scontri tra dissenso e controllo statale. Dopo la rivoluzione del 1979, che portò alla fine del regno di Mohammad Reza Pahlavi e all’instaurazione della Repubblica islamica, si aprì una fase di consolidamento del potere khomeinista: chi si opponeva al nuovo corso fu spesso escluso o incarcerato, le università subirono chiusure e le libertà civili furono fortemente ristrette. Questi eventi hanno creato una memoria collettiva di resistenza che riemerge ciclicamente davanti a crisi sociali ed economiche.

Guerre, esecuzioni e riformismi contrastati

La guerra con l’Iraq (1980-1988) e gli anni successivi accentuarono la chiusura politica: la retorica della sicurezza permise allo Stato di reprimere oppositori e movimenti. Nel 1989 si consumò una delle pagine più drammatiche, con esecuzioni di massa di prigionieri politici che, secondo fonti diverse, causarono migliaia di vittime (Amnesty International stimò circa tremila, mentre studi accademici parlarono fino a cinquemila). Più tardi emerse un fronte riformista che cercò di aprire spazi politici, ma spesso senza la forza necessaria per scalfire le gerarchie non elette, come la figura della Guida Suprema.

Il ciclo recente: dal malcontento economico alle proteste di massa

Negli ultimi anni le manifestazioni si sono fatte più frequenti e radicali. I moti del 2017-2018 contro il caro vita, il «Novembre di sangue» del 2019 e il movimento Donna Vita Libertà hanno mostrato slogan che chiedono la fine della Repubblica islamica. Le proteste di gennaio 2026, seguite a blackout informativi di circa due settimane che hanno ostacolato la circolazione delle immagini, sono state descritte da organizzazioni come Amnesty International come soggette a una repressione particolarmente violenta, la più intensa nella storia rivoluzionaria del paese. L’11 febbraio, durante le celebrazioni per il 47° anniversario della rivoluzione, si sono uditi non solo cori a favore del regime ma anche grida di opposizione contro la leadership.

Cause strutturali e possibili scenari futuri

Le ragioni della mobilitazione sono molteplici: oltre alla sofferenza economica, pesano crisi ambientali, carenze idriche e un senso diffuso di esclusione politica. Secondo analisti, la capacità dello Stato di mantenere il controllo dipende sempre più dalla repressione, perché la legittimità popolare è erosa da anni di difficoltà. Lo scenario futuro rimane incerto: il richiamo di figure in esilio come Pahlavi accende speranze in alcuni settori, ma la trasformazione politica richiederà sia pressioni interne che alleanze esterne ben calibrate per evitare ulteriori tragedie.

Il dossier pubblicato da Amnesty e chiuso il 16 gennaio 2026 offre una lettura documentata di questo percorso storico, ricordando che le attuali manifestazioni sono parte di una lunga serie di tensioni che attraversano la società iraniana. La combinazione di mobilitazione popolare, repressione statale e attenzione internazionale continuerà a determinare l’evoluzione della situazione nel paese.