Nella più recente riunione a distanza, sette grandi produttori hanno deciso di alzare la propria quota di produzione per il mese di giugno di 188.000 barili al giorno (bpd). La misura, adottata da Arabia Saudita, Russia, Algeria, Iraq, Kazakhstan, Kuwait e Oman, è stata presentata come un passo per «supportare la stabilità del mercato», ma è stata pubblicata senza alcun riferimento agli Emirati Arabi Uniti, che hanno annunciato l’uscita dal gruppo il 28 aprile.
Il contesto in cui è maturata la decisione è complesso: oltre alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, le esportazioni reali sono ostacolate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, imposto dall’Iran in risposta agli attacchi che sono all’origine della guerra iniziata il 28 febbraio. Perciò l’aumento concordato appare, nella pratica, più simbolico che in grado di tradursi immediatamente in maggiori flussi di greggio sui mercati internazionali.
La natura della misura e cosa significa «aumento»
Il numero concordato — 188.000 bpd — equivale sostanzialmente agli incrementi già approvati a marzo e aprile (206.000 bpd) sottraendo la quota che era destinata agli Emirati. È importante distinguere tra quota su carta e offerta fisica: mentre la prima stabilisce limiti e impegni politici, la seconda dipende da capacità tecniche, logistica e condizioni geopolitiche.
Chi ha partecipato e cosa cambia per gli Emirati
Alla riunione online hanno preso parte Arabia Saudita, Russia, Algeria, Iraq, Kazakhstan, Kuwait e Oman. L’annuncio dell’uscita degli Emirati Arabi Uniti il 28 aprile ha rimosso dal calcolo una capacità rilevante: l’UAE era infatti uno dei maggiori produttori e disponeva di margini inutilizzati notevoli. Secondo analisti, la decisione degli Emirati mette a disposizione del mercato un potenziale produttivo importante in futuro, ma per ora la loro produzione non sarà più conteggiata nei calcoli dell’alleanza.
Limiti reali: lo Stretto di Hormuz e il divario di produzione
Un elemento determinante è che gran parte delle riserve non sfruttate di OPEC+ si trova nella regione del Golfo, le cui esportazioni sono seriamente ostacolate dallo Stretto di Hormuz. La conseguenza è un forte scostamento tra quote teoriche e output effettivo: secondo dati citati da analisti, la produzione totale con quota di OPEC+ a marzo è scesa a 27,68 milioni di bpd contro una quota mensile teorica di 36,73 milioni, determinando un shortfall di circa 9 milioni di barili al giorno guidato quasi interamente dalle interruzioni belliche piuttosto che da una moderazione volontaria.
Impatto sui flussi e sui prezzi
La chiusura o l’interdizione parziale dello Stretto penalizza esportazioni di paesi come Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e gli stessi Emirati, creando strozzature che sostengono i prezzi del greggio. Anche se l’aumento di 188.000 bpd viene letto dai mercati come prevedibile, il suo effetto sull’offerta fisica rimane limitato. Alcuni analisti sottolineano che la mossa ha più valore come segnale: dimostrare che il gruppo può ancora coordinarsi e inviare messaggi di controllo al mercato nonostante turbolenze e l’uscita di un membro chiave.
Rischi, capacità inutilizzate e scenari futuri
Il ritiro degli Emirati è considerato un evento significativo: il paese ha investito molto in capacità e punta ad aumentare la produzione a livelli molto superiori alla sua precedente quota, con piani che parlano di un potenziale fino a 5 milioni di bpd in prospettiva. Questo potenziale diventa un elemento di pressione strategica su OPEC+, perché la concorrenza sui costi e la maggiore capacità produttiva possono limitare il potere di intervento del cartello nel medio termine.
Allo stesso tempo, l’attuale quadro apre scenari di instabilità dell’offerta di prodotti raffinati come cherosene e benzine, con possibili ricadute inflazionistiche sui paesi importatori. Non vanno trascurati i rischi di ulteriori defezioni da parte di membri che si sentono penalizzati dalle quote, così come le difficoltà di alcuni grandi produttori, tra cui la Russia, a far fronte alle proprie quote a causa di tensioni esterne come la guerra in Ucraina.
Verso la prossima convocazione
Il gruppo ha annunciato che terrà un nuovo incontro il 7 giugno, in concomitanza con la riunione del Joint Ministerial Monitoring Committee di OPEC+. Nel frattempo, la decisione attuale rimane un tentativo di ricostruire fiducia e mostrare controllo: un incremento nominale di 188.000 bpd che vale più come messaggio politico che come immediato aumento dell’offerta fisica dato il perdurare delle restrizioni nello Stretto di Hormuz e le tensioni geopolitiche nella regione.