La mobilitazione civile intorno al ricordo delle vittime innocenti delle mafie torna a essere un richiamo pubblico e corale: a Torino si celebra la XXXI Giornata della memoria e dell’impegno, un appuntamento che mette al centro le storie personali e la domanda di verità. Familiari provenienti da molte regioni si ritrovano per ricordare persone uccise perché hanno detto no alla violenza o alla prevaricazione, per riaffermare che la memoria è un atto collettivo e quotidiano.
Il fondatore di Libera, Don Luigi Ciotti, ha richiamato più volte l’attenzione sulla necessità di ottenere risposte: la mancata conoscenza dei responsabili e delle dinamiche processuali priva le famiglie di un diritto primario, quello alla verità. Quel diritto, ha sottolineato, è la premessa necessaria per costruire giustizia e restituire dignità alle vite spezzate.
La giornata nazionale a Torino
La manifestazione nazionale prevista per il 21 marzo 2026 è organizzata da Libera e Avviso Pubblico e porta a Torino una sola iniziativa pubblica richiesta dagli stessi familiari. Il programma prevede il ritrovo in piazza Solferino nelle prime ore del mattino e la partenza del corteo verso Piazza Vittorio, dove avverrà la lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie. Questo momento simbolico serve a trasformare l’elenco dei nomi in una presenza concreta nelle strade della città e a ribadire che la memoria non è fine a se stessa, ma sprone all’azione civica.
Programma e partecipazione delle organizzazioni
La partecipazione dei sindacati è significativa: la CISL ha confermato adesione e lettura di alcuni nomi insieme ad altre sigle. Dopo l’arrivo in Piazza Vittorio è previsto l’intervento conclusivo di Don Luigi Ciotti alle ore 12, mentre nel pomeriggio si tiene un seminario sul riuso sociale dei beni confiscati, con contributi di esperti, rappresentanti delle cooperative e delle istituzioni. I temi evidenziati mettono in relazione la memoria con la politica delle risorse sequestrate alle organizzazioni mafiose, proponendo percorsi di rigenerazione e responsabilità collettiva.
L’angolo della memoria nella Procura di Trani
Su un altro fronte, a Trani la Procura ha allestito un piccolo spazio commemorativo con cinque ritratti che accolgono chi entra: si tratta di volti di persone uccise per aver rifiutato il ricatto o per essere incappate nella violenza mafiosa. L’iniziativa, voluta dal capo della Procura Renato Nitti, è pensata per impedire che il tempo cancelli storie che, se non ricordate, diventano silenzio e oblio.
I volti e le storie ricordate
Le fotografie esposte rappresentano figure diverse per età e professione: tra loro vi sono un ingegnere, un falegname, un direttore di carcere, un agente e un sindaco. Nomi come Donato Boscia, Gioacchino Bisceglia, Antonio Lorusso, Sergio Cosmai e Gianni Carnicella evocano episodi concreti e circostanze in cui il rifiuto alla prevaricazione ha avuto un prezzo altissimo. L’obiettivo dell’angolo è rendere tangibile il legame tra i luoghi della giustizia e le persone che ne sono state vittime.
La ricerca della verità come impegno collettivo
Al centro dei richiami pubblici resta la statistica che più colpisce: circa il 80% delle vittime innocenti non ha ancora una verità riconosciuta, una percentuale che mette in luce l’urgenza di approfondimenti investigativi e di attenzione mediatica. La negazione della verità alimenta l’omertà e ostacola la speranza delle famiglie, mentre la sua ricerca è la condizione minima per procedere verso la riparazione morale e, quando possibile, processuale.
Rendere perpetua la memoria significa anche tradurre il ricordo in pratiche quotidiane: dalla tutela dei beni confiscati alla promozione di percorsi educativi contro la cultura della sopraffazione, fino a iniziative istituzionali che sostengano le famiglie nel percorso di verità. La giornata di Torino e gli spazi istituzionali come l’angolo della memoria a Trani rappresentano tappe di un cammino che mira a trasformare il dolore privato in responsabilità pubblica.
L’impegno richiesto è chiaro: continuare a camminare insieme, leggere i nomi, ascoltare le richieste delle famiglie e costruire pratiche che rendano concreta la parola giustizia. Solo così la memoria può diventare non solo ricordo, ma motore di cambiamento sociale e civile.