Trent’anni dopo l’omicidio di Nada Cella a Chiavari, il caso torna al centro dell’attenzione giudiziaria. La vicenda, segnata da gelosia e rivalità professionale, ha visto la condanna della responsabile e la definizione di responsabilità accessorie, chiudendo un lungo capitolo di attese e indagini complesse.
Trent’anni dopo l’omicidio di Nada Cella: riapertura del caso e lavoro investigativo
La Corte d’Assise di Genova ha emesso una sentenza storica per l’omicidio di Nada Cella, avvenuto il 6 maggio 1996 a Chiavari. Il caso, inizialmente archiviato dopo i primi accertamenti, era stato riaperto nel 2021 grazie alla rilettura degli atti da parte della criminologa Antonella Delfino Pesce e dell’avvocata della famiglia Sabrina Franzone. All’epoca dell’omicidio, l’ex insegnante Anna Lucia Cecere era già stata indicata come sospetta: i carabinieri avevano trovato a casa sua bottoni compatibili con quelli rinvenuti sulla scena del crimine. Tuttavia, la sua posizione era stata archiviata dopo pochi giorni di indagine.
Il lavoro della Procura e della squadra mobile, coordinata dalla pm Gabriella Dotto, è stato definito dagli osservatori come “immenso e epocale”, considerando la difficoltà di raccogliere ricordi affidabili a distanza di 30 anni.
Il dibattimento ha messo in luce dinamiche complesse tra i protagonisti: la Cecere, difesa dagli avvocati Giovanni Roffo e Gabriella Martini, ha visto parzialmente riconosciute le aggravanti richieste dal pm, mentre Soracco, assistito dall’avvocato Andrea Vernazza, continua a negare ogni coinvolgimento diretto nell’omicidio. L’avvocato Roffo ha commentato: “Dobbiamo leggere le motivazioni, sinceramente non riesco a capire come si sia arrivati a questo”. Nonostante la condanna, la famiglia della vittima ha sottolineato l’importanza di aver finalmente ottenuto giustizia, anche se “Nada non torna più ma giustizia è fatta”, come ha dichiarato Silvia Cella.
Trent’anni dopo l’omicidio di Nada Cella: arriva la condanna a 24 anni
Anna Lucia Cecere, ex insegnante di 56 anni, è stata condannata a 24 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dalla gelosia, mentre il commercialista Marco Soracco, datore di lavoro della vittima, ha ricevuto due anni per favoreggiamento. Dopo sei ore di camera di consiglio, il presidente della Corte, Massimo Cusatti, ha annunciato il verdetto, escludendo le aggravanti di crudeltà per la Cecere. La Procura aveva inizialmente chiesto l’ergastolo per la donna e quattro anni per Soracco. Quest’ultimo ha dichiarato: “Inaccettabile, ci opporremo”, sottolineando la propria estraneità ai fatti.
La sentenza ha provocato forti emozioni tra i familiari della vittima e gli esperti coinvolti nella riapertura del caso. Silvia Cella, cugina di Nada, ha commentato: “Giustizia è fatta. Speravo, ma non me l’aspettavo”, evidenziando la difficoltà di far emergere verità dopo tre decenni. La criminologa Antonella Delfino Pesce, che ha contribuito a riaprire le indagini, ha aggiunto: “È stata un’emozione incredibile. Ero con Silvana. Per fortuna eravamo insieme”.
Il processo ha ricostruito un delitto d’impeto: Cecere avrebbe agito mosso da gelosia e desiderio di prendere il posto della segretaria nello studio di Soracco. L’indagine aveva registrato false dichiarazioni e omissioni da parte del commercialista e della madre della vittima, Marisa Bacchioni, entrambi considerati coprenti della colpevole. La Corte ha previsto 90 giorni per la pubblicazione delle motivazioni ufficiali.