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Un Paese dimenticato: la Catalogna sogna l’indipendenza

"Quel giorno fu terribile": a un anno dal referendum catalano del primo ottobre 2017, i suoi abitanti urlano contro l'assordante silenzio mediatico

Catalogna
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L’offerta della città include oltre 142 mila strutture, tra alberghi e case vacanza. In totale, si contano 32 milioni di pernottamenti annui. Tra le bellezze di Barcellona spiccano le suggestive opere di un genio rivoluzionario come Gaudì, che seppe ispirarsi alle geometrie della natura, concretizzando nelle sue opere movimenti plastici e forme ondulate, abbellite da un accentuato cromatismo. Ai margini del Quartiere Gotico medievale di Barcellona milioni di turisti si perdono tra i mille festeggiamenti che tappezzano i vicoli cittadini alla vigilia di ottobre. Gli eventi sono disseminati per tutta la città, cuore pulsante della Catalogna intera. Dal quartiere Gotico a Plaça Catalunya, ma anche Raval, zona Barceloneta, Parc de la Ciutadella, Parco del Montjuic e antica fabbrica della birra Damm.

Qualcuno vorrebbe incantarsi davanti alla Sagrada Familia, magari sorseggiando un bicchiere di sangria e mangiando tapas. Ma tra quelle centinaia di persone, c’è anche chi chiede libertà.

Nel sottosuolo di quella stessa Barcellona, così allegra e festante, si sta combattendo una vera e propria guerra per il futuro della Spagna. E’ un territorio lacerato ed esausto a causa delle contrapposizioni tra le diverse forze politiche che lo animano. E’ terra di spie, di intercettazioni e registrazioni segrete.

Negli ultimi anni, milioni di catalani auspicano l’indipendenza della loro regione dalla Spagna. Questo movimento ha preso il controllo del governo regionale e lotta in nome della propria ideologia filo-indipendentista. Ha il pieno controllo delle forze di polizia e del sistema della pubblica istruzione.

La campagna ha raggiunto il suo apice nell’ottobre del 2017, in seguito a un discusso e controverso referendum e alla proclamazione di indipendenza da parte del governo regionale. Ma Madrid ha preso provvedimenti d’emergenza. Era il primo ottobre 2017, esattamente un anno fa.

Le strane logiche di un potere superiore hanno messo a tacere quelle spinte indipendentiste, buttando nel dimenticatoio le aspirazioni di centinaia di catalani, contornate da violenze e manifestazioni, da magheggi e strategie dominatrici. Ma anche da anime che credono fortemente nel valore della democrazia.

L’indipendenza catalana: un sogno negato

“La terra illuminata splende all’insegna della trionfale sventura”, recitavano Horkheimer e Adorno con toni forse troppo apocalittici, ma non così lontani dalla realtà d’oggi. Una buona fetta dell’umanità versa in una condizione di profondo assoggettamento a un sistema supremo e potente.

L’industria culturale, a sua volta, incarna una tendenza livellatrice delle coscienze, facendo leva sull’efficacia della monotonia e del conservatorismo. I giudizi di valore divengono chiacchiere insulse e ciò che smuove gli equilibri del Sistema costituito viene represso.

Facile mostrare le immagini di scontri e sommosse, di uomini con i manganelli impugnati tra le mani. Facile smuovere le coscienze collettive con le solite cronache nere e rivoluzionarie: è una storia già vista. Ma in quel primo ottobre 2017 milioni di catalani, mischiati ai tanti turisti accorsi per la festa de La Mercè (una distinzione mai passata al setaccio dei cronachisti), manifestavano pacificamente in nome di una scelta liberal-democratica, che però qualcuno di più potente non ha accettato. Da qui, la repressione a oltranza.

Si tratta di un soffocamento che ha coinvolto anche gli organi di stampa, che titolano contro Puigdemont e i suoi, evitando di approfondire la questione catalana o descrivendone solo la faccia più conveniente della medaglia.

Le cronache catalane

“In Spagna stiamo vivendo la più grave crisi costituzionale politica di sempre, quantomeno dai tempi della fine del regime di Franco”, ha commentato Oriol Bartomeus, celebre politologo dell’Universitat autonoma de Barcelona.

In un clima di tensione e sotto il silenzio assordante della comunità europea, domenica 1 ottobre 2017 si è tenuto il referendum sull’indipendenza della Catalogna, fortemente osteggiato dal governo spagnolo. Lo avevano garantito: “Il referendum in qualche modo si farà”. Poi l’arresto degli ex membri del Governo, detenuti a Madrid. Gli uomini nella prigione di Estremera, le donne in quella di Alcalà. Puigdemont intanto era in fuga a Bruxelles, con quattro ex consiglieri-ministri. In piazza a Barcellona migliaia di catalani acclamavano “llibertat presos politics”.

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Presto è stata emessa la decisione da parte del giudice spagnolo contro il deposto leader di Barcellona. Su Carles Puigdemont gravava un mandato d’arresto europeo. Lui e gli ex ministri del suo governo sono stati accusati di ribellione, sedizione, malversazione, abuso di potere e disobbedienza. Ma il leader catalano si era detto pronto a candidarsi alle elezioni del mese di dicembre. Il giudice belga aveva concesso la libertà condizionata, poi la dichiarazione di Puigdemont: “Sono a Bruxelles in esilio”. Ma intercettato in Germania, è finito dietro le sbarre per poi essere lasciato “libero su cauzione fino al giudizio sull’estradizione”.

Il popolo non si è arreso. Barcellona ha dichiarato uno sciopero ed è scesa in pizza contro l’arresto dei leader indipendentisti. Novità anche ai vertici del governo madrileno e di quello catalano. Rajoy è stato sfiduciato: è Sanchez il nuovo premier. Puigdemont, dal canto suo, ha scelto il suo successore. E’ l’indipendentista Quim Torra.

Il conflitto dei nastri gialli

Sono tanti, da Barcellona ai paesini dal gusto ispanico che tappezzano la geografia catalana: nastri gialli di plastica legati a transenne, balconi e inferriate. Per gli indipendentisti sono il simbolo della lotta in nome della libertà dei “presos politics”, i ministri separatisti da mesi in gattabuia. Ma i gruppi di militanti unionisti li hanno rimossi con forbici e a colpi di coltello. In prima fila il leader di Ciudadanos, Albert Rivera.

L’11 settembre 2018, durante la Diada Nacional de Catalunya, la festa regionale in ricordo della resa della città presa d’assedio dalle truppe borboniche, i catalani hanno rilanciato la sfida. Al grido di “independencia”, un milione di persone ha marciato pacificamente tra i quartieri della città, lungo i sei chilometri della Avenida Diagonal. Un’infinità di bandiere si alzavano al cielo spagnolo. Una ressa indistinta è tornata a manifestare in nome della propria libertà. Ma nessun medium ha proferito parola.

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La lunga storia di un sogno antico

Per comprendere bene come si è giunti a questo punto di non ritorno, è indispensabile ripercorrere la storia della Catalogna.

La regione originariamente era territorio del regno medievale d’Aragona. E’ parte della Spagna dal XV secolo, ma molti catalani l’hanno sempre considerata una nazione indipendente. Il Paese, effettivamente, vanta una storia tutta sua, una sua lingua e una specifica cultura.

Profondi lasciti storici smuovono gli spiriti indipendentisti. Ragioni culturali, linguistiche, economiche e identitarie. L’indipendentismo in Catalogna ha radici antiche, che risalgono alla conquista della regione da parte dei Borboni dopo un assedio durato 14 mesi a Barcellona. Erano i tempi della guerra di successione spagnola. Lo scontro con Madrid riemerse secoli dopo, durante la Guerra Civile. Era il 1936.

Durante il regime del Caudillo, la lingua catalana e tutti i simboli regionali furono repressi. Solo nel 1979, quattro anni dopo la morte di Franco, entrò in vigore un nuovo statuto che sanciva l’autonomia della Catalogna all’interno della Spagna.

Il valore dell’indipendenza

Negli anni Settanta, in quella fase di transizione democratica successiva al crollo del regime franchista, il desiderio di una piena indipendenza si affievolì.

Le forze indipendentiste tornano a farsi sentire spiccatamente durante la crisi finanziaria spagnola, una decina d’anni fa. Nel 2012, quando il Partito Popolare di centrodestra al governo in Spagna impose drastiche misure di austerità, quel sostegno arrivò al 50%. Così il governo della Catalogna ha iniziato a esercitare pressioni per ottenere la piena indipendenza. Nel dicembre 2012, l’allora leader Artur Mas disse che la maggior parte dei catalani voleva “costruire un nuovo paese”. Si trattò di un accordo tra il presidente catalano Artur Mas e il primo ministro socialista Josè Luis Rodriguez Zapatero. Il nuovo documento estendeva l’autonomia della regione al campo fiscale e a quello giudiziario, comportando l’adozione della lingua catalana da parte dei pubblici ufficiali.

La Catalogna sfida Madrid

A Madrid il proposito indipendentista è stato accolto con un misto di rabbia, incredulità e paura. L’allora vice primo ministro Soraya Saénz de Santamaría si scagliò subito contro i separatisti, per lei fonte di “crisi” e di “instabilità terribile” per la Spagna. La sfida lanciata dal governo catalano era per il ministro la “minaccia più grave” per il Paese. Nella Costituzione spagnola del 1978 è scritto che la nazione è “indivisibile” e di conseguenza perseguire l’indipendenza è anticostituzionale.

Un eventuale successo dei separatisti implicherebbe per la Spagna la perdita di una delle sue regioni più ricche. La Catalogna, infatti, ha un’economia comparabile a quella dell’intero Portogallo. Il governo madrileno, inoltre, si vedrebbe costretto a dire addio alla sua amata Costituzione. Redatta dopo la morte di Franco, entrerà in vigore il 29 dicembre 1978, con il consenso dell’87,7% dei votanti. Il testo costituzionale finora è stato messo a dura prova solo dal tentato golpe del febbraio 1981 per mano del colonnello Antonio Tejero e dei suoi uomini.

Uscendo da Spagna e Ue la nuova Catalogna dovrebbe ricostruire norme e flussi commerciali. L’operazione appare di non immediata applicazione. Tuttavia, l’esempio di Svizzera e Islanda testimonia che si sopravvive bene anche fuori. La Catalogna si configura come potenza economico-finanziaria non indifferente. Il commercio via terra fra Spagna ed Europa passa attraverso il suo territorio. Colpirla militarmente equivale a un gesto autolesionista, una sorta di suicidio pianificato. Significa sottrarsi del cuore pulsante della nazione intera. Rajoy ha inviato centinaia di poliziotti. La Guardia Civil ha manganellato agguerrita contro un popolo che stava manifestando pacificamente in nome di un ideale comune. Camminava tra le vie di Barcellona in nome di un valore sentito, messo a tacere da un’autorità che si proclama democratica sebbene repressiva e totalitaria. La Spagna continua a negare il sogno catalano alla luce di un passato che non vuole riconoscere.

I danni all’economia castigliana

Agli occhi di chissà quali forze centriste, controbilanciare le richieste indipendentiste catalane appare quasi disonorevole. In realtà si tratta di un atto tutto deleterio per il governo madrileno. Qualora la regione catalana dovesse ottenere la tanto attesa indipendenza, la Spagna perderebbe circa il 16% della propria popolazione, pari a 7 milioni e mezzo di abitanti, su un totale di oltre 47 milioni.

Ma è nell’economia, più che nell’assetto demografico, che il Paese risentirebbe degli effetti devastanti dell’abbandono catalano. La Catalogna, infatti, è una delle regioni più ricche e industrializzate del Sud Europa. Per questo motivo, l’eventuale separazione da Madrid ridimensionerebbe l’influenza della Spagna nell’assetto economico del Vecchio Continente.

Su un territorio di 32 mila chilometri quadrati, infatti, viene realizzato più di un quinto del pil spagnolo e il 23% della produzione industriale, con ben 5.700 multinazionali estere. Corrispondente a quasi la metà di tutte quelle che hanno deciso di investire in Spagna. Inoltre, il 25% dell’export spagnolo viene generato in Catalogna. Piuttosto positive anche le cifre della disoccupazione, pari al 13,2%. Alta, ma di molto inferiore rispetto al 17,2% della media nazionale.

Vivere in Catalogna: il racconto dei suoi abitanti

“Impedire l’espressione di un’opinione è un crimine particolare, perché significa derubare la razza umana. Non possiamo mai essere certi che l’opinione che stiamo cercando di soffocare sia falsa. E anche se lo fosse, soffocarla sarebbe un male”, recita John Stuart Mill nel suo testo “On Liberty”.

Pesano come macini i ricordi indelebili di quel primo ottobre. Non solo catalani de sanugine, non solo le generazioni più mature. A manifestare pacificamente in nome di un ideale democratico c’erano anche, e soprattutto, i più giovani. Studenti universitari che si sono battuti semplicemente per esprimere la propria volontà, fosse questa favorevole all’indipendenza o avversa a tale obiettivo.

Le parole di chi intreccia quotidianamente la propria vita con le sorti politiche del Paese si fanno testimonianza preziosa, uno specchio esemplificativo di un pensiero comune alla maggioranza del popolo. Perché la questione focale non è “il tema dell’indipendenza della Catalogna”, bensì “quello che fece il governo centrale spagnolo il primo ottobre dell’anno passato”. “E’ qualcosa di ingiustificabile”, sono le parole di alcune testimonianze speciali. La conferma di quanto accadde realmente arriva proprio da chi quel giorno lo ha vissuto sulla sua pelle. “I catalani stavano esprimendo la propria opinione in maniera pacifica. Si trattava semplicemente di un referendum per conoscere l’opinione del popolo. Ed è proprio su questo che si basa la democrazia”. “Quel giorno fu terribile”, è il commento più sincero.

L’intervento militare madrileno

A fronte di questa spinta “pacifica da parte dei catalani che tranquillamente si recavano ai collegi elettorali”, il governo centrale non ha tardato a chiamare i rinforzi. “Sui nostri cellulari cominciavano ad arrivare notizie, video, immagini e messaggi: tutti mostravano l’intervento armato della polizia contro le persone che si erano recate alle urne per esprimere la propria opinione”. Poi la verità schiacciante: “Abbiamo visto video pieni di violenza. I catalani, ormai giunti ai seggi elettorali, non sapevano più cosa fare, se andarsene o resistere”. Continuare in nome di una libertà democratica o annullarsi alle meschine forze predominanti?

Ma ancora una volta il popolo non si è arreso: in quel contesto così dilaniato, “i cittadini fecero le cose nel migliore dei modi. Il popolo catalano allora fu più unito che mai”. Ma il silenzio doppiogiochista dei media nazionali e internazionali è ciò che più spaventa chi ha vissuto concretamente quelle ore. “La cosa peggiore fu ascoltare il re spagnolo e le alte cariche del Paese mentre si congratulavano con la polizia per i suoi interventi tempestivi”.

E qui appare incalzante la saggia riflessione portata avanti da due studentesse di medicina e genetica, da cui prendono le mosse due grandi questioni che animano i dibattiti contemporanei: dal tema dell’accentuazione della violenza a quello dell’atteggiamento totalitario perpetrano per mano democratica. “Non è mai necessario utilizzare la violenza, però è ancora peggio giustificarla e farla passare come qualcosa di normale, quasi legittimato”.

Il pensiero di Laura e Maria, le nostre preziose testimoni, si concentra molto su quell’incondizionata violenza perpetrata per mano della Guardia Civil e delle fazioni unioniste. “Ci fu repressione, ingiustizia e violenza, quando invece i catalani volevano semplicemente esprimere un’opinione in maniera pacifica. Noi e molti catalani non possiamo né dimenticare né perdonare quello che accadde un anno fa. E a noi non piace appartenere a un Paese in cui non veniamo rappresentati dal governo centrale”.

Nata a Varese, classe 1996, è laureata in Comunicazione. Collabora con Notizie.it.


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Asia Angaroni

Nata a Varese, classe 1996, è laureata in Comunicazione. Collabora con Notizie.it.

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