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Veleno, parla il bambino zero: “Colloqui di 8 ore, costretto ad inventare abusi sessuali”

Veleno, parla Davide Tonelli, il bambino zero: “Colloqui di 8 ore, a forza di insistere ho detto loro quello che si volevano sentir dire"

A sx Davide Tonelli con Pablo Trincia

Inchiesta Veleno, parla il bambino zero e smonta, almeno in ipotesi, la credibilità di un intero sistema di tutela sociale ed applicazione del diritto: “Ebbi colloqui di 8 ore e alla fine fui costretto ad inventare abusi sessuali”. Ma di cosa stiamo parlando? Della clamorosa indagine giudiziaria che nella Modena degli anni ‘90 scoprì un giro di abusi e pedofilia che spedì molte persone in carcere e qualcuna al creatore.

Quell’indagine divenne poi oggetto dell’inchiesta giornalista “Veleno” di Pablo Trincia, poi di una recentissima docu serie e fondò quasi tutta, in esordio, sulle dichiarazioni del cosiddetto “bambino zero”.

Veleno, parla il bambino zero: chi era ieri e chi è oggi

Chi era? Davide Tonelli oggi, solo “Dario” ieri, che a soli 7 anni e nel 1997 raccontò degli orrori di casa sua a Massa Finalese. Quali orrori? Quelli per cui suo padre e suo fratello avrebbero abusato di lui.

Poi l’inchiesta si allargò e divenne sistema horror, con stupri sistematici, cimiteri, riti satanici e bambini indottrinati come killer di loro coetanei. Tutto orribile e tutto perseguito in punto di diritto e pubblicistica se non fosse per un fatto. Davide, che ha 31 anni, ha parlato con i giornalisti di Repubblica e ha detto che quelle confessioni glie le estorsero con veri interrogatori-capestro.

Veleno, parla il bambino zero dell’inchiesta con condanne e morti

Preambolo: le testimonianze di Davide e degli altri portarono all’allontanamento di 16 bambini dalle rispettive famiglie, a decine di arresti e ad un buon numero di condanne dopo i relativi processi. Qualcuno morì durante le indagini e qualcuno forse morì “per” le indagini: una mamma si suicidò e un prete, don Govoni, indicato come capo della setta pedofila, ebbe un infarto giusto prima della sentenza, nel 2000. Davide, dato in affido perché “i miei genitori erano poveri”, ogni tanto tornava a casa e una volta vide sua madre triste.

Insomma, quando il bambino di allora tornava alla famiglia affidataria diventava oggetto di domande insistenti sui maltrattamenti e sugli abusi: “Ha insistito tanto che alla fine le dissi di si”.

Veleno, parla il bambino zero: “Non smettevano finché non dicevo quello che volevano”

Poi Davide prosegue: “Anche perché avevo paura di essere abbandonato, se non la avessi accontentata. Senza rendermi conto delle conseguenze di quello che stavo facendo”. Scatta l’allarme e partono i colloqui, a tenerli la psicologa Valeria Donati con gli assistenti sociali. E’ lì, in quella sede, che Dario-Davide racconta degli abusi su cui fondò la maxi indagine, ma non era un racconto, era un’invenzione praticamente estorta: “Ricordo diversi colloqui anche di 8 ore. Non smettevano finché non dicevo quello che volevano loro”.

Veleno, parla il bambino zero: “Inventai nomi a caso e inventai gli abusi di mio fratello”

Poi l’ammissione diretta: “Inventai dei nomi a caso, su un foglio per disperazione. Ho inventato che mio fratello aveva abusato di me, che c’erano delle persone che facevano dei riti satanici. Ma non c’era nulla di vero. Mi sono inventato tutto. Perché se dicevo che stavo bene non mi credeva nessuno. A forza di insistere ho detto quello che si volevano sentir dire”. In giurisprudenza attiva, specie per i reati di natura sessuale sugli under 14, esistono capitoli interi dedicati al potere suggestivo delle sollecitazioni troppo dirette a soggetti minori. Evidentemente all’epoca qualcuno, fra quanti affrontarono la questione in punto di diritto, non lesse quelle pagine, o le ignorò a caccia della sua libbra di carne.

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