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58 casi di matrimonio forzato in Emilia Romagna: dati e testimonianze

58 casi di matrimonio forzato in Emilia Romagna: dati e testimonianze

Nel 2025 l'Emilia Romagna registra 58 casi di matrimonio forzato: i dati mostrano l'età, le origini e il peso della pressione familiare, mentre due testimonianze umane illustrano la brutalità del fenomeno.

Il matrimonio forzato è emerso come una delle forme più insidiose di violenza di genere in Emilia Romagna nel 2025. Il Centro Interculturale Trama di Terre, che opera soprattutto nel Circondario Imolese, ha raccolto numeri preoccupanti: su quattro province su nove, ben 58 donne sono state costrette a contrarre matrimonio senza un consenso libero e informato.

Dati del report pilota regionale 2025

Lo studio, realizzato tra il 1 gennaio e il 31 , ha coinvolto sedici realtà operative – centri antiviolenza, servizi sociali, consultori, strutture Sai e Cas, oltre a strutture sanitarie. Di queste, 58 donne sono state accolte in ospedali o rifugi per matrimonio imposto o coercitivo. Le vittime provengono prevalentemente da Bangladesh, Pakistan e Marocco, e più della metà porta con sé dei figli.

Un dato significativo è che l’89,7% delle segnalazioni (quasi nove donne su dieci) avviene dopo la celebrazione del matrimonio. Solo il 10% riesce a rivolgersi ai servizi prima dell’unione. Inoltre, il 65,5% delle richieste di aiuto non proviene direttamente dalle vittime, ma da figure esterne – in particolare insegnanti e assistenti sociali – che riconoscono i segnali di abuso.

Per quanto riguarda l’età, il 90,4% delle donne accolte ha tra i 18 e i 55 anni, con una concentrazione maggiore nella fascia 36-45. Tuttavia, non sono esclusi casi di minorenni: la violenza può anche colpire adolescenti, anche sotto i 16 anni. Un altro elemento ricorrente è la “natura corale e sistemica della pressione familiare”: nella maggior parte dei casi, almeno due persone (spesso genitori o mariti) partecipano attivamente alla coercizione.

Il ruolo del Circondario Imolese

Secondo la presidente di Trama di Terre, Clarice Carassi, l’accoglienza ricade in maniera preponderante sul territorio del Circondario Imolese. Otto realtà locali hanno dichiarato di non aver intercettato casi di matrimonio forzato, ma l’associazione interpreta questo dato più come una carenza di strumenti di rilevazione che come un’assenza del fenomeno.

Un dato allarmante è che soltanto sei donne hanno chiesto protezione prima della celebrazione del matrimonio, evidenziando la necessità di una formazione più efficace per i soggetti che hanno contatto diretto con le potenziali vittime.

Storie di vita: Saman Abbas e Amina

Saman Abbas giovane di origine pakistana, rappresenta il volto più cruento della coercizione. La sua famiglia, estremamente radicalizzata, ha imposto a Saman un matrimonio con un uomo più di venti anni più grande, ricorrendo anche a una gravidanza forzata per rendere la decisione “irrevocabile”. La pressione è culminata in una violenza fisica e psicologica che l’ha spinta a chiedere aiuto solo dopo aver realizzato che il futuro non poteva più essere controllato dalla famiglia.

Un’altra testimonianza, più recente, proviene da Amina (nome fittizio), una ragazza pakistana di 16 anni. Dopo aver rifiutato un matrimonio organizzato a distanza via webcam con un uomo di 40 anni, è stata rinchiusa per sette giorni in una stanza senza cibo. La famiglia, per facilitare il trasferimento in Italia, ha falsificato i documenti, aggiungendo cinque anni all’età di Amina e usando un passaporto contraffatto. Una volta arrivata in Italia, la giovane ha subito ulteriori violenze dal marito imposto, culminate in percosse che sono state riconosciute da una dottoressa durante un’ecografia.

L’intervento dei centri di accoglienza di Trama di Terre e di una rete di donne ha permesso ad Amina di raccontare la sua storia, far scattare il “Codice rosso” e trovare una casa sicura insieme ai suoi tre figli. Dal 1 gennaio 2026, il centro ha accolto altre dieci giovani donne vittime di matrimoni forzati, anche nella forma tentata.

Formazione e coinvolgimento scolastico

Il progetto «La forza di un no. Matrimoni forzati e consenso delle donne», sostenuto da ActionAid Italia, Fondazione Realizza il Cambiamento e l’Unione Europea, ha coinvolto più di 40 docenti e quasi 400 studenti del territorio bolognese. L’obiettivo è stato quello di rendere più sensibili insegnanti e assistenti sociali ai “segnali spia” che precedono l’unione forzata, in modo da aumentare le segnalazioni preventive.

Nonostante gli sforzi, il dato che solo sei donne hanno potuto rivolgersi ai servizi prima del matrimonio dimostra che restano grandi margini di miglioramento. Una rete più capillare e una formazione continua sono fondamentali per intercettare in tempo le situazioni di coercizione e garantire una risposta tempestiva.

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