> > Allarme Ebola in Italia: la variante che riaccende l’attenzione internazionale

Allarme Ebola in Italia: la variante che riaccende l’attenzione internazionale

Allarme Ebola in Italia

Ebola, letalità al 50%: tra timori dell’Oms e piani di sicurezza, così prende forma l’allarme in Italia

Come già accaduto con il Covid-19, ciò che nasce in luoghi remoti finisce per inquietare anche chi crede di essere al sicuro. E così il virus Bundibugyo, variante rara e insidiosa dell’Ebola, torna a ricordarci quanto siano corte le distanze tra un villaggio isolato, una capitale affollata, un aeroporto internazionale e le nostre città. 

L’eco dei focolai lontani riaccende l’allarme ebola in Italia

Una minaccia resa più inquietante dal fatto che non esistono vaccini approvati né terapie specifiche, mentre nella Repubblica Democratica del Congo i numeri continuano a crescere, come riportato da Libero. Secondo l’Oms, il bilancio aggiornato parla di 131 morti e 513 casi sospetti in Congo. Due infezioni sono state intercettate in Uganda, mentre un cittadino statunitense positivo è stato trasferito in Germania.

L’allerta resta altissima anche perché in quelle regioni del Congo vivono oltre due milioni di sfollati interni e rimpatriati: l’accesso limitato ai servizi essenziali aumenta il rischio di una diffusione rapida del virus, il cui tasso di letalità, in queste settimane, è salito dal 30% al 50%, un dato che da solo basta a spiegare la crescente preoccupazione internazionale.

L’Oms teme allarme ebola in Italia: uno scenario possibile

Di fronte alla velocità dell’epidemia, il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, si è detto “profondamente preoccupato per la portata e la velocità” dell’evoluzione del contagio in Congo e ha convocato il comitato di emergenza. Uno dei temi centrali è quello dei vaccini. Per il ceppo Bundibugyo non esistono ancora prodotti autorizzati, anche se i dati sugli animali suggeriscono che il vaccino usato contro Ebola Zaire possa offrire una certa protezione. Il comitato sta valutando se testarlo nell’epidemia in corso, una decisione complessa perché, nella sanità pubblica, il tempo della ricerca quasi mai riesce a tenere il passo con quello del contagio. In questo quadro, l’epidemiologo Gianni Rezza invita a non abbassare la guardia. Fa notare come, nonostante l’esperienza della Repubblica Democratica del Congo nella gestione di focolai simili, la diagnosi in questo caso sia arrivata con almeno tre settimane di ritardo rispetto ai primi casi. Questo ritardo suggerisce che i contagi reali possano essere sottostimati e che l’arrivo di casi oltre i confini africani possa diventare plausibile non appena il virus raggiungesse grandi città con aeroporti internazionali.

Sorveglianza rafforzata: l’allarme ebola in Italia guida le misure

Proprio per questo, l’Italia ha scelto la via della massima precauzione, attivando una sorveglianza sanitaria mirata. La circolare del Ministero della Salute coinvolge personale sanitario e logistico, cooperanti, ong e operatori delle organizzazioni internazionali presenti nelle aree colpite, in particolare Congo e Uganda. Prima del rientro nel Paese, occorre inviare una dichiarazione sanitaria con almeno quarantotto ore di anticipo, contenente dati personali, provenienza e stato clinico, certificando l’assenza di sintomi. All’arrivo, gli Usmaf, gli uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera, effettuano una valutazione sanitaria e la misurazione della temperatura. Le indicazioni riguardano anche chi riferisce esposizioni a basso rischio nei ventuno giorni precedenti, ovvero il periodo massimo di incubazione della malattia. In questi casi si raccomanda un’autosorveglianza quotidiana, vigilando su febbre, malessere, vomito ed eventuali emorragie. Anche le compagnie aeree sono state allertate: se un passeggero dovesse manifestare sintomi durante il volo, l’aereo dovrà atterrare esclusivamente negli aeroporti sanitari di Fiumicino o Malpensa. Finora l’Oms non ha suggerito restrizioni ai viaggi o al commercio verso Congo e Uganda, ma gli Stati Uniti hanno adottato una linea più rigida, sospendendo l’ingresso ai cittadini stranieri che negli ultimi ventuno giorni abbiano soggiornato nelle aree colpite e invitando i propri cittadini a evitarle. Un contrasto noto, che ripropone il solco tra la logica della cooperazione internazionale e quella della barriera preventiva, due visioni che tornano a confrontarsi mentre il mondo, ancora una volta, trattiene il fiato.