> > Attentato a Ranucci: Lavitola sotto indagine per il ruolo di mandante

Attentato a Ranucci: Lavitola sotto indagine per il ruolo di mandante

Attentato a Ranucci: Lavitola sotto indagine per il ruolo di mandante

L'imprenditore Valter Lavitola è al centro delle indagini per l'attentato a Sigfrido Ranucci. Gli inquirenti stanno analizzando i dispositivi sequestrati.

La Procura di Roma ha iscritto Valter Lavitola nel registro degli indagati come presunto mandante dell’attentato esplosivo contro Sigfrido Ranucci avvenuto il 16 ottobre davanti alla sua abitazione a Pomezia. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati hanno eseguito perquisizioni e sequestri di telefoni e computer collegati all’ipotesi accusatoria.

Il fascicolo ha un rilievo elevato perché coinvolge la sicurezza di un giornalista noto e include l’ipotesi di aggravante di metodo mafioso con contestazioni che vanno dalla strage alla detenzione e uso di un ordigno.

Ultimo aggiornamento: 8 luglio 2026. Le nuove acquisizioni puntano a chiarire la catena di comando, i flussi di denaro e i contatti tra i presunti esecutori e i livelli superiori.

Perquisizioni a Lavitola e materiale sequestrato

La perquisizione ha interessato l’abitazione di Lavitola e ambienti collegati al ristorante Cefalù a Monteverde, con il sequestro di dispositivi e documenti utili a ricostruire rapporti, bonifici e conversazioni.

Agli atti figura un messaggio che, se confermato, lo legherebbe direttamente al conduttore: Lavitola avrebbe definito Ranucci «come e più di un fratello», manifestando timore per l’eventuale rottura del rapporto personale dopo contestazioni recenti.

Il decreto della Direzione distrettuale antimafia è stato eseguito per verificare eventuali collegamenti con i presunti esecutori e per delineare la catena decisionale.

Le attività sono coordinate dal procuratore Francesco Lo Voi e dai pm Carlo Villani ed Edoardo De Santis con approfondimenti sulla rete di frequentazioni e su possibili supporti logistici predisposti dopo l’esplosione.

Gli arresti e il presunto intermediario “Quello”

Martedì sono stati arrestati quattro presunti esecutori materiali: Pellegrino D’Avino e Marika De Filippi di Avella, Saverio Mutone di Sperone e Antonio Passariello di Cicciano. Secondo gli inquirenti, avrebbero agito in cambio di denaro, coordinati da un intermediario indicato nelle conversazioni con il soprannome «Quello», che avrebbe messo a disposizione risorse per l’azione.

È stata ricostruita l’ipotesi di un sopralluogo nei pressi della casa a Pomezia circa un mese prima dell’esplosione del 16 ottobre, con contatti tracciati tra alcuni indagati nei giorni immediatamente precedenti e successivi ai fatti. Gli arresti sono stati eseguiti tra le province di Napoli e Avellino, e sono in corso verifiche su spostamenti, celle telefoniche e presunte utilità economiche.

Il ruolo di Clesio Tavares e i sopralluoghi prima dell’attentato

Al centro dell’inchiesta c’è Gomes Clesio Tavares (noto anche come Clesio Tavares), cittadino camerunense di 47 anni e dipendente di una società riconducibile al ristorante. Per l’accusa, Lavitola gli avrebbe affidato il compito di reperire persone in grado di procurare l’ordigno e farlo detonare davanti all’abitazione del giornalista. Viene esaminata la circostanza di un sopralluogo congiunto tra Lavitola e Tavares, circa un mese prima dell’attentato.

Tavares è indicato come possibile snodo tra i livelli superiori e gli esecutori. Durante l’esecuzione delle misure cautelari, uno dei presunti esecutori avrebbe chiesto a un familiare di avvisare Tavares. Gli investigatori hanno documentato la sua partenza per il Camerun poco dopo l’azione e stanno valutando segnalazioni su un possibile interessamento alla sua assistenza legale.

Quadro giudiziario, ipotesi di reato e dichiarazioni

Le contestazioni comprendono la strage con aggravante del metodo mafioso oltre alla detenzione, al porto e all’uso di un ordigno esplosivo, nonché minacce e danneggiamento. In un primo passaggio, il giudice non ha riconosciuto l’aggravante mafiosa per alcuni arrestati, valorizzando la collocazione dell’ordigno e la quantità di esplosivo come elementi di prevalente intimidazione. La procura mantiene comunque in campo le ipotesi più gravi, alla luce delle nuove analisi informatiche e dei sequestri.

Lavitola ha negato ogni coinvolgimento e si è detto sconcertato dalle accuse. La procura contesta il ruolo di presunto mandante con attenzione ai flussi di denaro che avrebbero sostenuto l’operazione, incluse eventuali carte ricaricabili e strumenti per eludere le indagini. Restano in corso tracciamenti sulla provenienza dell’esplosivo e sui canali di approvvigionamento.

Le parole di Ranucci e lo stato delle indagini

Sigfrido Ranucci è stato ascoltato come testimone sulle sue conoscenze e su precedenti inchieste legate ai territori di residenza degli arrestati. All’uscita ha dichiarato: «Al momento gli inquirenti non escludono alcuna pista, stanno lavorando a 360 gradi». In altra occasione ha detto: «È una notizia che mi ha lasciato un senso di stordimento», ribadendo fiducia nel lavoro degli inquirenti e nella ricostruzione dei fatti.

Secondo la ricostruzione del giornalista, l’azione potrebbe avere avuto una natura simbolica con l’ipotesi che il messaggio fosse indirizzato attraverso di lui più che alla sua famiglia. Le indagini proseguono su più fronti: analisi dei dispositivi sequestrati nuove testimonianze e ulteriori interrogatori per consolidare il quadro indiziario e definire i ruoli. Gli inquirenti stanno approfondendo i contatti tra i soggetti coinvolti e valutando la coerenza temporale dei movimenti prima e dopo l’esplosione.

Continua sull'app Le notizie della tua città, in tempo reale.
Apri nell'app