La possibile partecipazione italiana a una missione navale nello Stretto di Hormuz sta accendendo il dibattito politico tra Pd e M5S. Al centro della discussione ci sono la mancanza di un mandato ONU, le condizioni di sicurezza legate al conflitto tra Iran e Stati Uniti e le diverse posizioni tra governo e opposizioni sulla legittimità e sull’opportunità dell’intervento.
Stretto di Hormuz: l’ipotesi di una missione navale e le divisioni politiche
Al momento non esiste ancora un piano operativo definito del governo, ma l’ipotesi di una missione navale nello Stretto di Hormuz priva di mandato ONU ha già aperto un fronte di scontro tra le forze politiche.
Al vertice dell’Eliseo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito la disponibilità dell’Italia a partecipare alla coalizione dei “volenterosi” nel Golfo Persico, inserendo però una condizione chiave, insieme politica e operativa: nessuna decisione finché resta in corso uno scenario di scontro armato tra Iran e Stati Uniti.
Su questo punto, almeno per ora, sembra emergere una convergenza trasversale tra maggioranza e opposizioni.
Senza un’intesa di pace stabile, l’invio di unità navali e personale militare rischierebbe infatti di trascinare il Paese dentro il conflitto. “Manca la precondizione essenziale, cioè un vero accordo di pace: non basta la tregua“, avverte Elly Schlein. Anche il Movimento Cinque Stelle insiste sulla necessità di un passaggio parlamentare: “Sarà necessario un confronto chiaro a livello parlamentare“, avrebbe dichiarato Giuseppe Conte.
Resta però aperta la questione della legittimazione giuridica dell’operazione. Per la segretaria dem non esiste ancora una «solida base giuridica» attorno a una possibile coalizione a guida anglo-francese. Un nodo che non può essere risolto unilateralmente da Palazzo Chigi e che richiede un chiarimento in Parlamento, poiché “servirebbe una cornice multilaterale, che al momento non sembra esserci, perché anche alla riunione di Parigi c’erano posizioni diverse su quale debba essere“.
Giorgia Meloni dice la sua sull’ipotesi di una missione navale nello Stretto di Hormuz
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo in un punto stampa al Salone del Mobile di Milano, come riportato dall’Agi, ha ricordato come l’Italia abbia sostenuto fin dall’inizio la necessità di una copertura delle Nazioni Unite per una possibile missione nello Stretto di Hormuz. Tuttavia, ha spiegato, questa ipotesi si è scontrata con un ostacolo politico nel Consiglio di Sicurezza. “Guardi, allora, lei sa che noi siamo stati tra i primi a proporre che ci fosse una copertura ONU su un’eventuale missione a Hormuz“, ha affermato Meloni, sottolineando poi che “questo non è stato possibile per un veto che c’è nel Consiglio di Sicurezza attualmente da parte di Russia e Cina“.
La premier ha aggiunto che nei prossimi mesi si valuterà se tale blocco diplomatico potrà essere superato.
In ogni caso, ha precisato, l’Italia potrebbe comunque partecipare a determinate condizioni già indicate: “ci deve essere una cessazione delle ostilità, chiaramente ci deve essere un’ampissima adesione internazionale e la postura della missione deve essere esclusivamente difensiva“. Solo rispettando questi criteri, secondo la Presidente del Consiglio, “io penso che l’Italia dovrebbe comunque esserci“, ribadendo però un passaggio istituzionale fondamentale: “deve essere il Parlamento su questo a esprimersi. Grazie“.
Centrosinistra diviso sul caso Hormuz: le opinioni di Pd e M5S
La crisi nello Stretto di Hormuz e le sue possibili ricadute energetiche stanno alimentando un ulteriore fronte di dibattito interno, soprattutto sulle strategie di approvvigionamento. Schlein mette in guardia da scelte affrettate di politica estera legate all’emergenza energetica, compresa un’eventuale apertura verso Mosca: “Ora non si può pensare che la soluzione sia il gas russo. Perché si rafforzerebbe Putin – finanziando la sua invasione criminale dell’Ucraina“. Nel dibattito entra anche il modello spagnolo, indicato come esempio virtuoso per la riduzione dei costi energetici grazie alla transizione rinnovabile. Il governo di Pedro Sánchez viene citato come caso di riduzione della dipendenza dal gas e di contenimento dei prezzi, grazie a un forte investimento sulle energie pulite. Sulla stessa linea si colloca anche Giuseppe Conte, che guarda positivamente all’approccio spagnolo: “Sanchez è stato molto coraggioso“, pur senza escludere del tutto il ricorso a gas e petrolio russi in prospettiva, rimandando però ogni scelta a un eventuale accordo di pace: “il problema è avere governanti che abbiano il coraggio e la forza di andare a negoziare con le unghie e i denti per arrivare alla pace“.
Nel Partito Democratico, però, la posizione non è univoca. Accanto alla linea prudente della segreteria, che insiste sulla necessità di un mandato ONU, emerge una lettura più flessibile da parte di alcuni esponenti riformisti. Il senatore Graziano Delrio inviterebbe infatti a non rendere vincolante il passaggio alle Nazioni Unite: “È giusto chiederne l’egida, ma se non arrivasse per i veti nel Consiglio di sicurezza, l’Europa deve dimostrare di saper difendere i propri interessi anche in autonomia“. Un’impostazione che apre alla partecipazione italiana in diversi formati, dalla missione europea Aspides fino a coalizioni più ampie, con l’idea che la crisi possa diventare un banco di prova per una futura difesa comune europea.
Più netta la posizione del Movimento Cinque Stelle, che lega ogni possibile intervento all’ONU: “Un eventuale intervento coordinato può essere preso in considerazione soltanto sotto l’egida delle Nazioni Unite e nella cornice di una risoluzione del Consiglio di sicurezza“, avrebbe ribadito Conte.
Ancora più dura Alleanza Verdi e Sinistra, con il deputato Angelo Bonelli che definisce “è una scelta grave” l’apertura del ministro della Difesa Guido Crosetto a una possibile coalizione anche senza il coinvolgimento delle Nazioni Unite. Il timore espresso è quello di un coinvolgimento diretto dell’Italia in un conflitto percepito come esterno: il rischio, sottolinea, è “trascinare l’Italia dentro una guerra che non le appartiene“.