Childfree: "Ci siamo fatte sterilizzare per non avere figli"
Childfree: “Ci siamo fatte sterilizzare per non avere figli”
Cronaca

Childfree: “Ci siamo fatte sterilizzare per non avere figli”

Sterilizzate per non avere figli
Sterilizzate per non avere figli

Roberta e Giulia, due ragazze di 28 e 26 anni, hanno deciso di sottoporsi a un intervento di sterilizzazione volontaria.

Childfree: è questo il nome del movimento nato negli Stati Uniti che riunisce le donne che non vogliono avere figli, tanto da decidere di sottoporsi a interventi di sterilizzazione definitiva. Si sta diffondendo anche in Italia, soprattutto tra le più giovani. Donne sotto i 30 anni, con un’idea precisa di ciò che vogliono, o meglio, di ciò che non vogliono dal loro futuro. Ecco il racconto di Giulia e Roberta, due ragazze di 28 e 26 anni che si sono sottoposte volontariamente a una salpingectomia.

Il racconto di Roberta

In un Paese dove l’aborto è stato dichiarato legale solo negli anni Settanta e che ancora oggi conta numerosi obiettori di coscienza tra i medici, a molti può sembrare impensabile l’idea di sottoporsi a una sterilizzazione volontaria. “Quante volte mi sono sentita rimbombare nella testa la frase: ‘Non farlo perché cambierai idea, sei giovane, te ne pentirai’”, scrive Roberta nel suo diario. Ha solo 26 anni ma è determinata.

Racconta di un’esperienza che l’ha traumatizzata, quella del test di gravidanza. Ha sempre usato quelli che sono considerati metodi contraccettivi sicuri, sottolinea, e ha un compagno da molti anni. Sa cosa si consiglia a chi vuole evitare di avere figli, ma nel momento in cui il ciclo non arriva si sente prendere dal panico.

Non riuscivo più a vivere, in attesa di quello stramaledetto test. Stavo troppo male ed ero in uno stato di panico quasi perenne, avevo una fortissima cistite emorragica, mal di pancia e vomito, quel pensiero mi teneva sempre sveglia e mi tormentava”, racconta. La paura aumentava al pensiero che il luogo dove vive, privo di servizi adeguati e ricco di obiettori di coscienza, non sarebbe stato adatto a soddisfare le sue richieste se avesse avuto bisogno di un’interruzione di gravidanza.

Poi l’esito del test è arrivato: negativo, ma Roberta non ha ritrovato la pace. “E ora?”, scrive, “Chi riesce a riprendere i rapporti con il proprio compagno? Ero terrorizzata che potesse ricapitare. Ero stata troppo male e avevo giurato a me stessa di non soffrire più così tanto. Piuttosto mi sarei astenuta dai rapporti per tutta la vita. Ma ho un compagno da moltissimi anni, perché mi sarei dovuta privare di qualcosa?”

La sterilizzazione

È stato allora che Roberta ha iniziato a pensare a una soluzione definitiva. Si è informata e ha scoperto l’esistenza della sterilizzazione tubarica. “Ma io non volevo la legatura delle tube, perché sapevo che poteva fallire. Volevo che me le togliessero“. Sa già che incontrerà difficoltà: “Pfffff, figuriamoci se a una nullipara di 26 anni tolgono le tube!”

Comincia così la sua ricerca, che la porta a girare “come una trottola tra consultori, ospedali, ginecologi privati”. Riceve tanti no, ascolta “le peggiori scuse pur di farmi desistere”, tra cui “la sterilizzazione tubarica è illegale, ti fa andare in menopausa, è una mutilazione, ti fa male, ti stravolge il corpo…. Balle! Tutte balle!”

La svolta, per Roberta, si chiama A., una ragazza multipara che si è sottoposta all’intervento che lei tanto desidera e che la mette in contatto con il medico giusto.

L’intervento

Roberta si presenta dal medico piena di dubbi e di paure. Non tanto sugli effetti dell’intervento, quanto che per lei sia l’ennesimo buco nell’acqua. “E come faccio ora a dirgli che ho ventisei anni, sono nullipara e che voglio fare la sterilizzazione tubarica? Mi manderà a casa”, pensa.

Invece il medico la ascolta, non la giudica, le dice: “Io ti do il mio consiglio… ma ognuno è libero di fare quel che vuole del proprio corpo e io non sono nessuno per obiettare”. E così è deciso, la data dell’intervento è fissata: “Un mese e mezzo dopo ero in sala operatoria. La scelta più giusta che io abbia mai fatto“. Una scelta di cui, per ora, Roberta sembra non essersi pentita. Sul diario scrive: “Ho un bellissimo ricordo di quel giorno. Nonostante l’ansia che mi attanagliava lo stomaco, ero felice. Finalmente era arrivato il mio giorno!”

Il racconto di Giulia

Non tutte sono fortunate come Roberta. Alcune donne, come Giulia, faticano a trovare un’equipe medica che le comprenda e che non cerchi, fino all’ultimo, di farle desistere. “Alcune infermiere e dottoresse sono state di un’arroganza e un’antipatia unica, soprattutto la ginecologa che mi ha visitata”, riporta sul diario. Lo definisce un vero e proprio interrogatorio, prima davanti alla madre e poi da sola, faccia a faccia con la ginecologa.

La paura

Giulia è un’adulta, ha 28 anni, ha preso da sola la decisione di sottoporsi all’intervento. Eppure dal suo racconto emergono tutte le paure e le ansie che, comprensibilmente, la assalgono quando si avvicina il fatidico momento. Lo si capisce dalle risposte secche, poco argomentate, che dà in ospedale a chi le rivolge delle domande. Vuole chiudere il discorso, fare ciò che si deve fare e farlo in fretta.

“Ecco il giorno dell’intervento: un’ansia assurda“. La paura è tanta che la ragazza è costretta a prendere sette gocce di Xanax prima di andare in ospedale. “Ho paura dell’anestesia, che non mi sveglierò più o che quando mi sveglierò non riuscirò a respirare e morirò soffocata!”, ammette. L’ansia è evidente anche durante le visite preparatorie: “Arriva un’infermiera che non riesce a mettermi un ago gigantesco in vena e mi fa tre buchi facendomi gonfiare il braccio. Bestemmio nella mia mente mentre urlo, ma vabbè, mi dico, tra poco sarò sterilizzata!”

È un’escalation, fino a quello che Giulia stessa definisce un “attacco di panico pazzesco. Avevo solo voglia di alzarmi, urlare e scappare via per l’ansia, ma poi mi sono detta: ‘Chi me lo fa fare? Se mi alzo questi non mi operano più, se resto qui e va male al massimo non mi operano e poi posso scappare, se va bene mi anestetizzano e non capisco più nulla! Sta ferma e aspetta!’”

L’operazione

Il momento è arrivato. Giulia viene portata in sala operatoria, ma non ha pace neppure sotto anestesia: “Sogno. Sogno di essere legata con una corda ad entrambe le mani e che faccio forza per liberarmi”.

Quando si sveglia, le cose non vanno meglio: “Mi accorgo che ho del muco in gola e non riesco a respirare… ansia… nella mia mente già sto morendo. Una sensazione bruttissima, non riesco a muovermi e a parlare per dire le cose come stanno ma fortunatamente riesco a farmi portare un cuscino e a non soffocare”.

Il peggio è passato e ora anche lei può esultare: “Ce l’ho fatta ragazzi, e ancora non ci credo. Lo rifarei altre 10.000 volte! Mi hanno sterilizzata. Sono felice! Sono libera!”

Donne senza figli

Sono tante le critiche che le donne che non desiderano figli devono affrontare, soprattutto in Italia. Roberta ne parla nel suo diario: “Mi sono sentita dire che non sono una vera donna perché non voglio figli, che sono un’irresponsabile e un’immatura, che chiudo il cuore alla vita, che è impossibile non avere l’istinto materno, che ‘quelle come me’ odiano i bambini e l’umanità e non hanno cuore”. Non accetta l’idea di dover rimanere incinta solo per fare la sua parte, non vuole accogliere un bambino come se fosse un contenitore, una incubatrice. Non odia i bambini, sottolinea, e neppure le madri che hanno fatto una scelta diversa dalla sua.

Quanta cattiveria percepisco quando ne parlo. Quanto odio nei miei confronti”, continua Roberta. “Credo sia molto più responsabile una donna consapevole delle proprie scelte, che ragiona con la propria testa e che sceglie la sterilizzazione tubarica o l’aborto se non vuole portare avanti una gravidanza e avere figli, piuttosto che una donna che tiene un bambino forzatamente e controvoglia, magari dopo aver subìto pressioni dalla famiglia o dai medici”.

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Lisa Pendezza
Lisa Pendezza 758 Articoli
Lisa Pendezza, nata nel 1994 a Milano. Laureata in Lettere con la passione per i viaggi, il benessere e la lettura, spera di riuscire a girare il mondo con una macchina fotografica in una mano e un romanzo nell'altra. Amante dei libri, si limita per ora a leggerne molti, con il sogno nel cassetto di scriverne uno.