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L’opinione di Flavia Piccinni

Cori sessisti allo stadio contro una lavoratrice: per qualcuno sono ancora una goliardata

Liquidare l’episodio con delle spallucce, cercando di minimizzare, è grave quanto intonare quegli inni. Il tempo dei "so' ragazzi" è ormai finito.

cori sessisti allo stadio marazzi

“Ti raserò l’aiuola”. Cantava così Gianluca Grignani, nel 2002. All’epoca il doppio senso scandalizzò anche i più maliziosi, ma seppe infiltrarsi lentamente nel linguaggio comune tanto da diventare 19 anni dopo, prima della partita Sampdoria-Inter di domenica 12 settembre, emblema di un glorioso coro maschilista.

Un esempio della spocchia disperata dei tifosi interisti ai danni di una inerme giardiniera dello stadio Marassi di Genova. Una giovane colpevole solo di stare facendo il suo lavoro. E, ovviamente, di essere una donna nel tempio per eccellenza del “dio pallone” e dei suoi prepotenti seguaci.

La scena è di semplice descrizione: una ragazza con i capelli legati in una coda di cavallo, maglietta bianca e pantaloni rossi, passa il tosaerba sul prato prima della partita.

Prima iniziano i fischi della tifoseria, dunque la curva, con voce stonata e infoiata, latra dagli spalti, creando un elisir di maschilismo e sessismo disgustoso.

Il fatto in sé – completamente passato inosservato agli occhi dell’opinione pubblica, e sfuggito perfino alle più attente femministe – rapidamente però diventa virale: esempio di simpaticissimo scherzo, piacevole fotografia del machismo da curva, ridicola istantanea della disparità che va in scena senza che nessuno, né membri delle squadre né dell’impianto, prenda provvedimenti.

Si tratta di un ritratto implacabile della realtà: una donna che lavora, senza la possibilità di ribellarsi, mentre un gruppo di uomini ride di lei, la provoca sessualmente, la abusa verbalmente.

La ragazza è sola, nessuno interviene, prosegue con il suo impiego, imbarazzata gesticola qualcosa; la curva – mostrando la bestialità dei suoi componenti, che si compattano come un coro greco nel bieco invito sessuale, destinato solo a mostrarne il potere – si condensa nell’esercizio che pare esserle preferito: l’utilizzo della metonimia.

La vagina della giovane, che i tifosi vorrebbero gentilmente “tosare”, diventa come parte del tutto e oggetto di un desiderio vuoto. Anzi, colmo solo di una patetica, esasperata tracotanza.

L’episodio mostra chiaramente la disparità che va in scena nel silenzio globale, e rivela il violento e tanto frequente atteggiamento del “branco”. Quel comportamento verbalmente aggressivo che si riversa in una battaglia impari: centinaia di tifosi, uniti in un unico coro brutale, contro un soggetto isolato e debole. Una donna, una lavoratrice, che da sola si trova ad affrontare qualcosa che non ha niente di simpatico, ironico, golardico.

Se il lavoratore fosse stato di colore e gli insulti fossero stati razzisti, sarebbe successo qualcosa di diverso? Probabile.

Non posso però pensare che il sessismo sia considerato meno grave del razzismo: sarebbe assurdo. In ogni caso, il video non viene fermato, ma promosso: spammato su decine di piattaforme, accompagnato da domande retoriche e francamente imbecilli, si propaga sulle chat e sui social. Ci si scherza sopra, ponendo interrogativi degni di epoche medioevali. A vincere la palma dell’idiozia è la domanda proposta dal social media manager di Radio DeeJay che su Instagram, dove l’account conta 1 milione di followers, postando lo spezzone incriminato chiede proprio: “Il coro che hanno rivolto alla ragazza che stava tosando il campo prima della partita sta facendo discutere: sessismo o goliardia?”.

radio deejay

C’è da restare basiti. È meglio evitare a monte considerazioni che non renderebbero giustizia all’emittente radiofonica: pensare di condividere un contenuto con un quesito così evidentemente provocatorio/offensivo per puntare ad acchiappare qualche like è infatti una considerazione da scansare a monte (benché il post abbia totalizzato quasi 18mila like, e circa 4mila commenti). Invece, e piuttosto, c’è da domandarsi che cosa abbia mosso l’autore a formulare un testo del genere. Cosa può esserci di goliardico in un episodio del genere?

Evidentemente il social media manager deve essere piuttosto confuso se non riesce a distinguere una goliardia da un atto sessista. Probabilmente, in futuro, l’uso del dizionario (o una più semplice ricerca online) potrebbero giovargli; e forse sarebbero perfino utili delle direttive aziendali un poco più chiare, capaci di aiutare a evitare gaffes del genere.

Definire “goliardia” la scena di una donna inerme, costretta a proseguire il suo lavoro, messa in imbarazzo da centinaia di ululati è un’affermazione sessista e molto grave, che dovrebbe smuovere i vertici di Radio DeeJay e tutti gli uomini e le donne di buon senso che nell’azienda lavorano, a partire dai suoi volti noti.

Liquidare l’episodio con delle spallucce, cercando di minimizzare, è grave quanto intonare quegli inni di fronte alla giovane sola. Farlo, sarebbe come dire, citando Gigi Proietti: “So’ ragazzi”. Il tempo dei ragazzi, però, è ormai finito. E c’è solo da augurarsi che le forze dell’ordine prendano rapidamente provvedimenti.

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