Presentata a Roma un’analisi sui rapporti tra cittadini e sistema sanitario che mette in luce dinamiche concrete: chi ha bisogno di cure spesso trova ostacoli nei tempi e cambia comportamenti, con un ritorno al privato per chi può permetterselo e l’abbandono, per altri, delle prestazioni. L’indagine è stata realizzata dall’Istituto Piepoli per la Fnomceo su un campione di 1000 cittadini maggiorenni nel giugno 2026 e fotografa conoscenze, percezioni e scelte in merito a intramoenia e liste d’attesa.
I dati emersi non descrivono solo numeri: raccontano una relazione che si sta trasformando tra utenti e Servizio sanitario nazionale. Il tempo medio dichiarato per ottenere una prestazione è di 2,3 mesi e questa attesa si traduce in decisioni diverse a seconda delle risorse economiche e della fiducia nel sistema pubblico.
Risultati dell’indagine Piepoli: accesso alle cure e comportamenti
L’indagine mostra che l’80% degli intervistati ha avuto, direttamente o per un familiare, bisogno di una prestazione sanitaria negli ultimi dodici mesi. Di questi, il 41% ha ottenuto la prestazione attraverso una struttura privata a pagamento il 32% l’ha ricevuta dal Ssn entro i tempi previsti, mentre il 27% è passato comunque dal Ssn ma con tempi molto lunghi.
Solo il 13% dichiara di aver usufruito dell’intramoenia ovvero dell’attività libero-professionale svolta dai medici ospedalieri fuori dall’orario di servizio e con utilizzo di strutture pubbliche.
Scelte davanti all’attesa
Di fronte a liste d’attesa prolungate, i comportamenti cambiano: il 54% tende a pagare una prestazione in ambito privato (convenzionato o non), mentre solo il 21% preferisce aspettare nell’ambito del Ssn. Il 9% sceglie l’intramoenia, il 7% rinuncia alla prestazione, il 6% si rivolge al Pronto soccorso e il 3% si sposta in un’altra regione per trovare risposta.
Dichiarazioni di Filippo Anelli e percezione del Ssn
Filippo Anelli, presidente della Fnomceo interpreta i dati come un campanello d’allarme: “Questo non è soltanto un problema organizzativo; è un problema di fiducia delusa, di aspettative tradite, di diritti negati“, afferma. Per Anelli il punto principale è che, quando il Ssn non è percepito come primo luogo naturale cui rivolgersi, si crea una discriminazione tra chi può rivolgersi al privato e chi invece attende o rinuncia.
Il giudizio sugli attuali tempi di attesa è negativo per quasi sette italiani su dieci e la criticità è accentuata nel Sud e nelle Isole, dove i giudizi positivi scendono al 24% e dove quasi due cittadini su tre dichiarano di aver rimandato o rinunciato a cure a causa delle attese. “Non siamo più soltanto davanti a un problema di liste d’attesa“, sottolinea Anelli, indicando come conseguenza la progressiva perdita di fiducia nella capacità dello Stato di prendersi cura della popolazione.
Fiducia nei professionisti e nelle istituzioni
Nonostante le criticità sul sistema, la fiducia dei cittadini rimane alta nei confronti dei medici: il 72% dichiara fiducia nei medici di medicina generale e lo stesso valore si registra per gli ospedalieri del Ssn. Più bassa è la fiducia nelle istituzioni che governano il sistema, con ministero della Salute e Regioni attestati al 48%.
Tra le cause percepite delle liste d’attesa, il primo fattore indicato è la carenza di medici specialisti e di personale sanitario (citata dal 42% considerata principale dal 23%), seguita dall’organizzazione inefficiente (26%) e dalla mancata corrispondenza tra risorse e aumento dei bisogni (23%). Solo il 6% ritiene che l’intramoenia sia la causa principale delle attese.
L’indagine registra anche opinioni sulle soluzioni: l’81% ritiene che le risorse pubbliche non siano cresciute al passo dell’invecchiamento della popolazione, mentre percentuali molto elevate indicano come prioritarie misure quali l’aumento di medici specialisti (87%), maggiori finanziamenti pubblici alla sanità (84%) e il potenziamento della sanità territoriale e dei medici di medicina generale (83%).
Per Anelli serve un piano straordinario per i professionisti della salute: “È esattamente questo che un sistema universalistico deve evitare“, osserva, richiamando la necessità di ricostruire la capacità concreta del servizio di prendersi cura delle persone affinché il Ssn torni a essere la prima scelta di cura per gli italiani.
