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Prima di commentare i morti in mare prendetevi 7 minuti

naufragio

Sette minuti è il tempo che ci mette una persona a morire annegata. Prima di commentare i morti in mare, prendetevi lo stesso tempo.

Sette minuti.

Secondo la scienza, ci vogliono sette minuti per morire annegati in acqua salata. È un processo lungo e doloroso, che si snoda in cinque fasi: quella della sorpresa (l’inspirazione che segue alla caduta in acqua), quella della resistenza (le boccate per sopravvivere), quella dispnoica (in cui si “beve” acqua per un minuto), quella apnoica (in cui si perde coscienza) e quella terminale (l’arresto cardiaco). In quello stesso numero di minuti, impiegati da 150 migranti per morire in mezzo a un mare, decine di italiani hanno visto la nostra notizia sul naufragio più grave dell’anno e hanno scritto di getto alcuni commenti sulla nostra pagina Facebook.

Morti in mare: i commenti social

Commenti, se possibile, capaci quasi di amareggiarci quanto la notizia stessa a cui si riferivano. “Potevano stare a casa”, ha scritto uno. Che è un po’ come rimproverare una vittima di stupro di essere uscita la sera.

“Peggio per loro”, ha aggiunto un altro, senza specificare quale sia la colpa, loro. “Mangeranno i pesci”, ha detto un altro ancora, dimostrando una sensibilità pari a quella di Walder Frey (forse il personaggio più infimo, codardo e viscido di Game of Thrones). E ancora, in ordine sparso: “Non ci credo, lo dicono per impietosirci”, “Questi sono la feccia vera. Portateli a casa vostra”, “Se non partono non muoiono”, “Non è un mio problema”.

A colpirci di più non è stato un commento. È stata la foto profilo di un commentatore. Il primo faceva: “Potevano stare a casa loro. Buon appetito pesci”. La seconda, invece, apparteneva a un’orgogliosa mamma italiana e mostrava la foto dei suoi due bellissimi bambini, contornati da un appello in cui viene chiesta “Verità sui fatti di Bibbiano” e l’hashtag #iostoconipiùpiccoli. Fa sempre più paura, l’odio, quando proviene da una quotidiana ordinarietà.

Quasi orrore, l’ignoranza, quando è sostenuta da una struttura tradizionale.

Non faremo il nome della donna, e per almeno due buoni motivi. Primo, per la sua sicurezza. Molti altri utenti indignati sono andati sulla sua pagina per insultare lei e i suoi figli. Insomma, a ripagarla con la stessa moneta. È un comportamento inaccettabile, scorretto e controproducente, che ci fa ripiombare nel solito vortice di bruttezza.

Secondo motivo, perché non vogliamo fare pubblicità a lei e a quelli come lei. Per una volta, preferiamo mettere in luce gli altri italiani. Quelli “buonisti”. Anna, che sulla nostra pagina Facebook, poche righe sotto quei commenti beceri, chiede perdono ai fratelli morti in mare “per non avere fatto nulla lasciandovi in balia delle onde”; Mariagrazia, che ricorda quelli “non si divertano mica, a lasciare la loro terra per rischiare la propria vita”; Irene, che condivide la sua “tristezza per persone come noi, morte mentre cercavano una nuova vita”.

Tra i nostri lettori non vogliamo avere solo paladini dell’accoglienza indiscriminata. Ci augureremmo di avere, prima di tutto, dei lettori. Vorremo che tutti, prima di scrivere le proprie riflessioni, leggano attentamente ciò che stanno commentando. Sin nei dettagli. Sin nelle viscere: fase della sorpresa, fase della resistenza, boccate disperate, acqua nei polmoni, perdita di coscienza, morte… Stiamo parlando di questo. State, parlando di questo. Se siete lì lì per augurare un buon appetito ai pesci, se state per dire che “pazienza, è colpa loro” e che “non è problema mio” e “chi se ne frega”, ecco quando state per farlo, staccate le dita dalla tastiera. Aspettate sette minuti. E immaginate di annegare come quelli là.