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L’opinione di Giampiero Casoni

Quella gran parte d’Italia che non si commuove e non si mobilita per George Floyd

C'è un'Italia che scende in piazza per George Floyd e un'altra che alla rabbia dei manifestanti risponde con pragmatico benaltrismo.

l'italia che non si mobilita per george floyd

La partecipazione emotiva è sempre stata il nostro forte. Di pancia, diretta, disorganizzata, caciarona ma accoratissima. Un po’ croce, un po’ delizia degli italiani, che non a caso hanno inventato il melodramma e sono melodrammatici anche quando la situazione non lo richiede.

Questo per dire che a noi un po’ ci tocca per cliché, il ruolo di quelli che compatti o in parte maggioritaria sposano le grandi cause planetarie. Amiamo le piazze ed il suono della nostra voce che scandisce slogan dal megafono molto più di quanto non amiamo la polpa di quegli slogan, è un fatto. Ma nel caso dell’omicidio di George Floyd le vernice del costume popolare che scatta in automatico per meccanismi rodati si scrosta da sé.

Perché quella è vicenda vera, sanguinolenta e chiama in causa due cose parallele, ma non eguali, e sono due cose immense: la legge e la giustizia.

george floyd milano

Eppure c’è una grossa, grassa fetta di italiani che non ha saputo cogliere l’usta di uno sconcio su cui forse c’era bisogno di puntare di più i piedi.

Magari di marcare un po’ più lo sdegno, come si fa per le cose che devono arrivare a quella parte del mondo con le orecchie piene del cerume dell’indifferenza.

È vero, da noi ci sono state manifestazioni, e poi gli immancabili lavacri teatraleggianti sotto l’italico cielo dei flash mob.

Insomma, ci siamo messi in pari con quella parte di mondo che più o meno ha fatto le stesse cose, ma in minimo sindacale. Tuttavia qualcosa è mancato, lo si percepisce sottotraccia come quando ti tocca raggiungere una cima ‘facile’ e alla fine la conquisti ma il fiatone ti arriva prima del previsto. È un gap che cogli dal dialogo, dalle immancabili uscite social, dal clima delle letture al bar mentre si ciuccia il cappuccio con la mascherina sotto il mento a fare da bavetta.

Sembra quasi che gli anni di full immersion, coatta o accolta, nel sovranismo d’accatto abbiano reso una parte di noi preconcettualmente ostile ad ogni forma di condanna del razzismo, del sopruso gratuito, della brutalità in divisa. E si percepisce che questo è un sentire figlio di un certo modo di dividere la società italiana in blocchi. Sono blocchi in cui l’Ordine è un concetto sacrosanto, che si oppone al Caos e che quindi contiene già in sé tutti i germi della sua auto assoluzione.

george floyd manifestazione

Va da sé dunque che chiunque incarni e materialmente vesta i panni di quell’ordine sia membro di una nuova casta, intoccabile o scalfibile solo superficialmente, anche quando le sue singole aberrazioni scrivono le pagine buie della storia. Ci stanno cambiano l’anima, non ce ne stiamo accorgendo ma, anche a ricusare le tesi politiche di chi di certe idee fa totem, noi italiani siamo di fronte ad uno dei grandi bivi del nostro genio nazionale.

Eravamo faciloni ma empatici e stiamo diventando tignosi e anaffettivi. Eravamo idealisti urlanti ed ora siamo pragmatici benaltristi, che contrappongono al caso Floyd i reati commessi dai neri qui da noi. E che all’idea somma di una giustizia giusta schiaffano in contrappunto le frange più compromesse della magistratura italiana. Come se certe bilance ci togliessero il segnale dalle antenne puntate sulle brutture del mondo. Come se funzionassero da livella per quella fame di giustizia che ormai, da qualche anno, ci vede in buona parte anoressici.

george floyd napoli

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