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Bonus baby sitter e smart working, ancora una volta l’Italia non è un Paese per famiglie

Il paradosso tutto italiano per cui se un genitore lavora in smart working l’altro non può né fruire dell’astensione per congedo né del bonus baby sitter.

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L’Italia non è un Paese per famiglie. Non lo è stato, di sicuro, negli ultimi quarant’anni come ciclicamente ci raccontano le statistiche. E, come era facilmente prevedibile, non lo è neppure adesso. Anzi.

La pandemia ha messo in crisi la coppia: nel 2020 ci si è sposati secondo recenti stime l’80% in meno, e si è lasciati stando all’Associazione nazionale divorzisti il 60% in più.

Tutti abbiamo coppie di amici che parevano indistruttibili e che durante il primo lockdown hanno giustiziato – spesso in pubblico, se non su quella piazza contemporanea che sono i social network – il loro sentimento, lanciandosi improperi e stracci. Ma il Covid-19 ha scosso profondamente anche gli equilibri delle coppie con figli. Spazi ristretti e nuove abitudini (non necessariamente migliori delle precedenti) hanno creato dei vortici domestici, che hanno intaccato il fragile equilibrio degli adulti e messo a dura prova gli adolescenti, facendo insorgere non di rado patologie mentali come ansia e depressione.

Ci si è all’improvviso resi conto che il sistema “famiglia italiana” non regge più. Dobbiamo averlo perso in qualche momento, fra una critica ai bamboccioni e l’assillo a delegare alla scuola una formazione personale che fra le mura casalinghe era stata precocemente abbandonata. Ed è così che, fra DAD e smart working, ritrovarsi vicini vicini – ora che gli slogan del “andrà tutto bene” sono andati alle ortiche – si è dimostrato un legittimo incubo.

Se non una farsa.

Ormai la quotidianità anche nel nostro Paese – a dimostrazione che tutto è globale, compresi i traumi – è un mosaico di genitori disperati per i figli che irrompono nelle riunioni via Zoom, di nonni esauriti che non sostengono più la pressione famigliare (e in taluni casi rimpiangono le case di riposo), ma anche di bambini che si rifiutano di seguire le lezioni via web e di adolescenti ossessionati dal pensiero che chissà quando potranno tornare ad amoreggiare.

Tutto intorno c’è la politica che – nel solco di una nota tradizione, e nonostante i proclami – continua a mostrarsi inadeguata nel sostegno alle famiglie. Se non a beffarle. L’ultimo esempio? Quello del bonus babysitting.

Il decreto legge appena pubblicato mette infatti in chiaro la situazione: chi ha figli under 16 ha diritto allo smart working, se i ragazzi hanno fino a 14 anni è possibile richiedere un congedo parzialmente retribuito (per mamme e papà di ragazzi dai 14 ai 16 non è però indennizzato). Eppure, per il periodo in cui il genitore lavora in smart working o fruisce del congedo indennizzato – o un genitore non lavora, o dal lavoro è sospeso – l’altro genitore non può né fruire dell’astensione per congedo, né del bonus baby-sitting (a meno che non abbia altri figli under 14 con soggetti che non stanno godendo di alcuna agevolazione). Insomma: se il genitore è a casa, non riceve il bonus e deve prendersi cura in autonomia dei figli. Poco importa che debba lavorare, magari prendersi cura dei genitori anziani e gestire la casa.

Può sembrare un problema di poco conto, ma non lo è affatto e si manifesta in due ordini di grandezza. Il disagio non è (solo) riferibile a una questione economica – si parla di massimo cento euro alla settimana, e chi ha dei figli sa bene che si tratta di una cifra poco più che simbolica -, ma è soprattutto riconducibile alla concezione del lavoro in Italia. E, più in precisione, dello smart working.

Fino a pochi mesi fa veniva unanimamente considerato un lusso, una “pacchia” riservata a pochi fortunati che potevano continuare a guadagnare restando sul divano o in sala da pranzo. Nel 2019 solo il 3% degli italiani (circa un milione di persone) erano così occupati, ma la pandemia ha cambiato le cose: dal picco del 34% oggi in smart working lavora il 24% degli italiani (dati Osservatorio “The word afer lockdown” curato da Nomisma e Crif). A essere pignoli, però, bisognerebbe notare come si è rimasti a casa, ma non si è entrati in modalità “smart” (ovvero iniziando a gestire orari e lavoro secondo obiettivi). O, meglio, si è entrati in un lavoro remoto “all’italiana” con gli stessi orari e le medesime mansioni precedenti.

Certo si risparmia il tempo (e i costi) necessari a raggiungere l’ufficio, ma molti lavoratori denunciano di passare più ore davanti al pc (il 28% secondo l’Osservatorio Nomisma e Crif), altri di non riuscire più a separare la vita personale dal lavoro (il 21%) e altri ancora ammettono di provare solitudine e isolamento (il 22%). Non è tutto, però. Altri problemi sono legati alla difficoltà di concentrazione (23%) e agli spazi condivisi con i figli (il 31% con prole under 12 ha ammesso di essere in forte crisi).

Viene lecito comunque domandarsi cosa sia cambiato rispetto alla scorsa primavera, quando il bonus baby sitter era stato previsto perfino per nonne e nonni che si rendevano disponibili a badare ai nipoti. Si potrebbe pensare che il cambio di Governo abbia portato anche a una trasformazione della linea nei confronti delle famiglie, e che questo sia solo il primo drastico stratagemma, passato in sordina, per preludere a nuovi tagli. Di certo c’è che anche le baby sitter non se la passino bene.

Unica nota positiva è che il lavoro a nero fra chi presta assistenza nelle case italiane stia emergendo: a fine 2020, tenuto conto del decreto Rilancio, sono stati assunti 180mila domestici (stime Assindatcolf).

Tornano in mente le parole di Aristotele, che definiva la famiglia “la parte minima del tutto”. A questo punto viene da domandarsi se il tutto – inteso come il Governo, e la società civile nel suo complesso – si renda conto che distruggendo la base, sulla quale si costruisce la comunità-Paese, non è possibile ambire a un’Italia capace di immaginare e costruire il futuro. Nonostante la pandemia.

Scrittrice e giornalista, ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ‘ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è autrice di documentari per Radio3 Rai e Rai1. Con "Bellissime" (Fandango Libri, 2017), che ha prodotto tre interrogazioni parlamentari e un DDL, è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix. Nel 2018 ha pubblicato con Carmine Gazzanni "Nella Setta" (Fandango, 2018), che ha vinto il Premio Mattarella Giornalismo e il Premio Giornalismo Investigativo Europeo. Il suo ultimo libro è "Sarah" (Fandango, 2020) che diventerà una serie fiction per Groenlandia.


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Flavia Piccinni

Scrittrice e giornalista, ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ‘ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è autrice di documentari per Radio3 Rai e Rai1. Con "Bellissime" (Fandango Libri, 2017), che ha prodotto tre interrogazioni parlamentari e un DDL, è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix. Nel 2018 ha pubblicato con Carmine Gazzanni "Nella Setta" (Fandango, 2018), che ha vinto il Premio Mattarella Giornalismo e il Premio Giornalismo Investigativo Europeo. Il suo ultimo libro è "Sarah" (Fandango, 2020) che diventerà una serie fiction per Groenlandia.

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