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38 anni dal delitto del catamarano: l’omicidio di Annarita Curina e il latitante mai ritrovato

38 anni dal delitto del catamarano: l’omicidio di Annarita Curina e il latitante mai ritrovato

Annarita Curina uccisa in mare nel 1988: il delitto del catamarano, la fuga del responsabile e un caso ancora avvolto nel mistero.

Ci sono delitti che trovano una conclusione nelle aule di tribunale e altri che, nonostante una condanna, lasciano dietro di sé interrogativi destinati a durare nel tempo. Il caso di Annarita Curina, conosciuto come il “delitto del catamarano”, appartiene a questa seconda categoria: una storia di mare, inganno e fuga che ha sconvolto l’Italia e che, a distanza di decenni, continua a interrogare l’opinione pubblica.

Il delitto del catamarano: la fuga in mare e il mistero della morte di Annarita Curina

Il delitto del catamarano, una vicenda che a distanza di 38 anni continua a rappresentare uno dei casi di cronaca nera più discussi in Italia. La vittima era Annarita Curina, 31 anni, laureata in lingue e profondamente legata al mare.

La navigazione non era soltanto una passione, ma una scelta di vita: pochi mesi prima aveva acquistato a Corfù un catamarano di dieci metri chiamato Arx, composto da due scafi e comprato insieme a un’amica. Con determinazione aveva affrontato il viaggio da sola fino all’Adriatico, costruendo il proprio futuro intorno alla vela e alla libertà del mare.

Nel giugno del 1988 Annarita lavorava come skipper e aveva accettato di accompagnare due clienti in una traversata verso le Baleari. A bordo con lei salirono Filippo Antonio De Cristofaro, 34 anni, milanese, ex ballerino separato e padre di una figlia, e Diana Beyer, una ragazza olandese di 17 anni con cui l’uomo aveva una relazione iniziata quando lei aveva appena quattordici anni e frequentava la scuola di danza fondata da lui a Rotterdam. La loro storia era stata contrastata dalla famiglia della giovane, ma la coppia aveva continuato a vivere tra fughe e riavvicinamenti, pare alimentando un progetto estremo: impossessarsi di una barca e allontanarsi dal mondo per raggiungere la Polinesia. Annarita, però, ignorava completamente questi piani.

La mattina del 10 giugno il catamarano partì dal porto di Pesaro con destinazione Baleari. Il viaggio, che avrebbe dovuto durare diversi giorni, terminò dopo appena due ore. Secondo quanto ricostruito durante i processi, De Cristofaro avrebbe sedato la skipper versando del Valium nel suo caffè con l’intenzione di impossessarsi dell’imbarcazione. Successivamente Annarita venne aggredita mentre si trovava sottocoperta: secondo la ricostruzione giudiziaria il primo colpo sarebbe stato inferto da Diana Beyer, mentre De Cristofaro avrebbe poi completato l’omicidio utilizzando un machete presente sulla barca, colpendola ripetutamente al volto e alla testa. Il corpo della giovane donna venne avvolto in una coperta, legato a un’ancora di circa 17 chili e gettato in mare.

Dopo l’omicidio, i due rimasero soli sul catamarano. Una volta raggiunto il porto di Ancona, De Cristofaro avrebbe telefonato da una cabina a un conoscente olandese, Pieter Groenendijk, chiedendogli di unirsi al viaggio verso le Baleari senza rivelargli la verità. L’uomo salì a bordo due giorni più tardi, a Porto San Giorgio, accompagnato dal proprio cane, completamente ignaro di ciò che era accaduto. Nel frattempo l’imbarcazione cambiò identità: il nome Arx venne sostituito con adesivi che riportavano la scritta Fly2, in un tentativo di confondere chi stava cercando la barca.

L’imbarcazione fu segnalata più volte lungo le coste italiane, dal Salento fino a San Vito Lo Capo e Marettimo, nelle Egadi. La svolta arrivò il 28 giugno, quando il peschereccio Azzurra ’83, al largo di Marzocca di Senigallia, recuperò dalle reti un corpo avvolto in una coperta e appesantito da un’ancora. Le condizioni del cadavere, rimasto in acqua per giorni e segnato dalle ferite, non lasciarono dubbi: si trattava di Annarita Curina.

38 anni dal delitto del catamarano: Annarita Curina, l’omicidio e il latitante scomparso nel nulla

Dopo quaranta giorni di fuga, il catamarano venne finalmente individuato il 19 luglio 1988 nel porto tunisino di Ghar El Melh. A bordo furono arrestati De Cristofaro, Diana Beyer e Pieter Groenendijk, che venne successivamente escluso dall’accusa di omicidio perché ritenuto estraneo ai fatti. Durante i primi interrogatori Diana cercò inizialmente di attribuirsi tutta la responsabilità dell’assassinio, probabilmente anche seguendo una strategia concordata con l’amante. Il Valium sarebbe stato acquistato da entrambi e l’obiettivo comune era rubare la barca per tentare di raggiungere la Polinesia.

Diana Beyer, minorenne al momento del delitto, fu giudicata dal Tribunale dei minori di Ancona e il 17 dicembre 1988 venne condannata a sei anni e sei mesi per concorso in omicidio. La pena, tuttavia, fu ridotta nei fatti: dopo circa quindici mesi ottenne la libertà condizionale e venne affidata a una comunità in Toscana. Per De Cristofaro il procedimento giudiziario ebbe un esito molto più pesante. In primo grado ricevette una condanna a trent’anni, trasformata poi in ergastolo in appello per omicidio e occultamento di cadavere. Il 5 giugno 1991 la Cassazione rese definitiva la sentenza. Durante la detenzione nel carcere milanese di Opera, nel luglio 2007 De Cristofaro riuscì a evadere approfittando di un permesso premio. Fu catturato un mese dopo a Utrecht, in Olanda, dove aveva raggiunto la figlia e l’ex moglie. Nel 2014 riuscì nuovamente a fuggire, questa volta dal carcere di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba. La seconda latitanza durò due anni: nel maggio 2016 venne arrestato a Sintra, vicino Lisbona, mentre stava per prendere un treno con un documento falso intestato ad Andrea Bertone e circa 6.000 euro in contanti.

L’Italia chiese l’estradizione, ma il Portogallo sollevò dubbi perché il proprio ordinamento non prevedeva l’ergastolo. Le autorità italiane precisarono che la pena scontata non avrebbe comunque superato i trent’anni. La questione però rimase irrisolta: il 15 ottobre 2016 De Cristofaro venne scarcerato dalle autorità portoghesi per decorrenza dei termini di custodia cautelare, senza che l’Italia fosse informata tempestivamente. Da quel momento sparì nuovamente.

La vicenda rimane ancora oggi difficile da accettare soprattutto per la famiglia di Annarita, che non riesce a comprendere come un uomo condannato al carcere a vita possa essere tornato libero e irreperibile. Il principale responsabile, se ancora in vita, oggi avrebbe 72 anni e potrebbe non aver mai realmente pagato il proprio debito con la giustizia.

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