Durante il Global Security Forum tenutosi a Doha, il diplomatico statunitense Tom Barrack ha comunicato un cambiamento di rotta nella politica estera di Washington verso il Medio Oriente. L’intervento, avvenuto martedì, ha sottolineato che gli Stati Uniti non ambiscono più a “possedere” la regione, ma a rimanere un attore stabile senza esercitare un dominio diretto.
Barrack, che ricopre la carica di ambasciatore negli Stati Uniti per la Turchia e di inviato speciale per la Siria, ha spiegato che la nuova logica è “non lasciare” ma evitare di controllare i governi locali. Il discorso è stato inserito in un contesto di crescente scetticismo da parte dei paesi arabi, che stanno rivalutando la capacità di Washington di risolvere le proprie sfide.
Il ritiro dal modello “regime change”
Il diplomatico ha evidenziato che gli Stati Uniti hanno provato a influenzare ventitré cambi di regime nella più ampia area del Medio Oriente, interventi che, a suo dire, si sono rivelati spesso errati. “Ogni volta che interveniamo per cambiare un leader o un regime sembra una decisione sbagliata”, ha affermato, puntando il dito contro la lunga storia di tentativi di riforma politica attraverso la pressione militare o diplomatica.
Secondo Barrack, molte nazioni della zona stanno ora esprimendo il pensiero comune: “Non possiamo più fare affidamento sull’America per risolvere tutti i nostri problemi”. Questo cambiamento di percezione è stato percepito come un segnale chiaro che il modello tradizionale di sicurezza legato al petrolio non è più sostenibile.
Negoziazioni tra Stati Uniti e Iran
Il discorso di Doha si è inserito in un momento delicato per i colloqui tra Washington e Teheran, volti a porre fine al conflitto noto come “guerra USA-Israele su Iran”. Il Ministero degli Esteri del Qatar, rappresentato da Majed al-Ansari ha rassicurato che i mediatori continuano a scambiare messaggi tra le parti, anche se i dettagli rimangono poco pubblici.
Proposta iraniana di sette giorni
L’Iran ha presentato una proposta di sette giorni per porre fine alle ostilità, che prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz e la ripresa dei negoziati nucleari, a patto che gli Stati Uniti revocassero il blocco navale sui porti iraniani e allentassero le sanzioni economiche. Fino a ora, Washington non ha ancora dato una risposta ufficiale a tale offerta.
Il ruolo del Qatar come mediatore
Al-Ansari ha sottolineato che l’assenza di notizie pubbliche sui negoziati è in realtà un indicatore di progresso: “Il fatto che non sentiamo nulla è segno che stiamo facendo bene il nostro lavoro”. Il Qatar, grazie alla sua posizione geografica e diplomatica, continua a facilitare il dialogo, cercando di includere altri attori regionali per una soluzione condivisa.
Escalation in Yemen e le ripercussioni regionali
Parallelamente, Doha ha ribadito il sostegno a Riyad nella lotta contro gli Houthi yemeniti. Dopo la conquista di Mocha il 4 ottobre e l’operazione “Dawn of Yemen” lanciata dalle forze leales al governo yemenita, gli Houthi hanno risposto con attacchi aerei su obiettivi sauditi, compreso l’aeroporto internazionale King Khalid, dove sono stati uccisi almeno quattordici civili.
L’intensificarsi del conflitto ha sollevato nuove preoccupazioni per la sicurezza delle rotte marittime nello Stretto di Hormuz, già da tempo considerato un punto sensibile per l’approvvigionamento energetico globale. Prima della guerra, una quinta del petrolio e del gas mondiali transitava per quello stretto, e le recenti offensive minacciano di nuovamente compromettere la stabilità del traffico marittimo.
Le analisi di esperti come Negar Mortazavi indicano che, sebbene Teheran stia usando la pressione sulle rotte di trasporto per mantenere un certo peso negoziale, la mancanza di una vittoria militare o economica definitiva rende improbabile una capitolazione iraniana. In questo scenario, l’obiettivo di Washington sembra più orientato verso una presenza di equilibrio piuttosto che verso una dominazione assoluta.
