Il Canale di Hormuz è uno dei punti più strategici del commercio energetico mondiale, attraverso cui passa una quota rilevante di petrolio e gas naturale liquefatto. Dopo mesi di tensioni e interruzioni legate al conflitto tra Stati Uniti e Iran, l’eventuale riapertura completa pone interrogativi complessi: non solo sul piano politico e diplomatico, ma anche su quello logistico e della sicurezza del traffico marittimo internazionale.
Una riapertura del Canale di Hormuz: scenario remoto e condizioni politiche
L’ipotesi che lo Stretto di Hormuz possa tornare pienamente operativo da un giorno all’altro appare, allo stato attuale, poco realistica. Le distanze tra Washington e Teheran restano significative e, inoltre, l’Iran sembra intenzionato a conservare forme di influenza e controllo sull’area anche oltre la fine delle ostilità.
In questo contesto, una riapertura stabile e totale sarebbe possibile soltanto attraverso un’intesa diplomatica, quindi con il consenso diretto di Teheran. I tentativi militari degli Stati Uniti hanno già mostrato tutti i loro limiti. Nelle fasi iniziali del conflitto era stata ipotizzata una missione di scorta alle navi commerciali, ma non è mai stata avviata perché considerata troppo rischiosa: le unità navali avrebbero rappresentato bersagli esposti a missili e droni iraniani.
Più recentemente, l’amministrazione Trump aveva provato a sperimentare un sistema di “guida a distanza” per assistere i mercantili nell’attraversamento, evitando mine e aree pericolose. Dopo il passaggio di una sola nave, tuttavia, la ripresa di attacchi iraniani contro paesi del Golfo ha portato all’abbandono dell’iniziativa.
Parallelamente, lo Stretto è diventato anche oggetto di pressione indiretta: si è parlato di scambi diplomatici per una riapertura graduale, mentre l’Organizzazione portuale e marittima iraniana ha dichiarato la disponibilità a fornire servizi tecnici, sanitari e logistici alle navi in transito, rivendicando un ruolo sovrano sulla sicurezza del corridoio marittimo. In questo quadro si inseriscono anche le smentite di Teheran su presunti coinvolgimenti in incidenti navali, come l’esplosione di una nave sudcoreana.
Il futuro del Canale di Hormuz: tra ipotesi di riapertura e nuove incognite sulla sicurezza marittima
Anche assumendo una svolta diplomatica e una riapertura formale dello Stretto, il ritorno alla normalità dei traffici non sarebbe immediato. Il primo nodo riguarda la rotta di navigazione. Tradizionalmente le grandi petroliere attraversavano il corridoio più occidentale, in larga parte nelle acque dell’Oman. Con l’inizio del conflitto, però, quell’area è stata minata e resa insicura. Di conseguenza, le imbarcazioni autorizzate sono state deviate su un percorso più settentrionale, vicino alla costa iraniana e in prossimità dell’isola di Larak, una soluzione che aumenta il controllo di Teheran sul traffico e che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe anche incluso richieste di pedaggi.
La scelta tra il ripristino della vecchia rotta o il mantenimento di quella attuale comporta conseguenze rilevanti. Nel primo caso sarebbe necessario procedere a complesse operazioni di sminamento, che gli esperti stimano possano richiedere da alcune settimane fino a diversi mesi, anche perché non esiste una mappatura completa degli ordigni. Nel secondo caso, invece, si accetterebbe una maggiore esposizione al controllo iraniano sulle rotte commerciali.
Nonostante ciò, anche in presenza di un accordo politico, le grandi compagnie di navigazione difficilmente riprenderebbero subito le traversate: le superpetroliere viaggiano a velocità ridotta e impiegano tra le 10 e le 14 ore per attraversare lo Stretto, rendendo problematico reagire rapidamente a eventuali escalation improvvise. Per questo motivo non è escluso che, almeno in una fase iniziale, sia necessario un dispositivo di protezione militare limitato, meno invasivo rispetto ai tentativi falliti precedenti, ma comunque complesso da organizzare.
Secondo quanto riportato da Al Arabiya, sarebbero in corso ulteriori contatti diplomatici per una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e per la gestione delle navi ancora ferme. In questo contesto, la risposta iraniana a proposte statunitensi sul nucleare potrebbe arrivare a breve, potenzialmente prima del viaggio di Donald Trump in Cina previsto per metà maggio, mentre Teheran continua a muoversi tra aperture operative e dichiarazioni di sovranità sul corridoio marittimo.