Garza nell'addome dopo il parto: la causa dura da 33 anni
Garza nell’addome dopo il parto: la causa dura da 33 anni
Cronaca

Garza nell’addome dopo il parto: la causa dura da 33 anni

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Nel 1985 i medici dimenticano una garza nell'addome di una mamma durante il parto cesareo. La causa per il risarcimento danni dura da 33 anni.

Sono 33 anni che una mamma è in causa con quelli che nel 1985 si chiamavano Ospedali Riuniti di Bergamo. Durante il parto cesareo i medici si scordano infatti una garza all’interno dell’addome della donna. Dieci mesi di calvario, la paura di avere un tumore e poi la scoperta dell’errore. Da allora, però, è un continuo di ricorsi e contro ricorsi. La causa l’ha iniziata il padre della donna che poi si è auto-assistita in quanto avvocato. Ora il testimone passa al figlio Andrea, nato da quel parto cesareo.

Medici dimenticano garza dopo il parto

Storia, purtroppo, di ordinaria lentezza della giustizia italiana. “Ho pensato di mollare tutto, ma sono andata avanti anche per le persone che, a differenza mia, non sono avvocati e probabilmente avrebbero accettato l’offerta iniziale. Non è giusto. Se si sbaglia, si deve chiedere scusa e andare incontro alla persona che ha subìto l’errore” commenta Nunzia Coppola Lodi, che da 33 anni è ancora alle prese con ricorsi e contro ricorsi per una causa di risarcimento danni.

Tutto ha inizio nel 1985, dopo il parto cesareo, presso quelli che all’epoca erano gli Ospedali Riuniti di Bergamo, del figlio Andrea, anche lui avvocato.

E’ lui ora a seguire la decennale causa, portata avanti dapprima dal nonno materno e successivamente dalla stessa Nunzia. Dopo la nascita di Andrea, la donna ha cominciato ad accusare dolori al ventre, ittero, crampi. La neo mamma, a 10 mesi dal parto, è quindi ritornata in ospedale, temendo inizialmente di avere un tumore. Dopo alcuni accertamenti, i medici scoprono invece che i chirurghi che l’avevano fatta partorire gli avevano lasciato una garza nella pancia.

La battaglia legale

A quel punto, iniziò la battaglia legale. L’ospedale, attraverso l’assicurazione, offrì nel 1989 40 milioni di lire come risarcimento danni. L’avvocatessa rifiutò e nel 1993 il tribunale di Bergamo stabilì che il danno (biologico, patrimoniale e morale) era di 67.672.000 di lire. Entrambe le parti però fecero ricorso. Nel 1998 i giudici d’Appello di Brescia diedero non solo nuovamente ragione a Nunzia Coppola Lodi ma anzi innalzarono la somma del risarcimento, che divenne di 98.241.910 di lire.

A quel punto l’assicurazione pagò (13 anni dopo il primo processo) ma quando si giunse in Cassazione il presidente non firmò la sentenza che così fu annullata. Tutto da rifare, perché le parti dovettero ritornare davanti ad un’altra sezione d’Appello.

Tra questi persino altri intoppi. “Pensi che Andrea – racconta l’avvocatessa al Corriere.it – facendo i conteggi, aveva scoperto che ci erano stati liquidati 20mila euro in più”. “Avevamo proposto che compensassero a forfait le spese di giudizio che riteniamo ci spettino, ma dopo che l’ospedale ha detto no abbiamo deciso di procedere, – spiega – ricorrendo in Cassazione per fare annullare la sentenza errata sul punto”.

Nel frattempo, la lira è stata sostituta dall’euro e Nunzia ed il figlio hanno ricorso anche per far sì che le somme venissero riadeguate al tempo trascorso e ai vari indennizzi per i mesi che l’avvocatessa rimase a casa senza poter lavorare, a causa di quella garza nell’addome.

La causa dura quindi, come l’età di Andrea, 33 anni e sembra non dover terminare mai.

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