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Manovra e pensioni, rivalutazioni bloccate: perdite fino a 200mila euro per gli assegni più alti

Manovra e pensioni, rivalutazioni bloccate: perdite fino a 200mila euro per gli assegni più alti

Pensionati penalizzati dalle mancate rivalutazioni: assegni sempre più impoveriti e perdite fino a 178mila euro in 14 anni. Ecco cosa cambia con la nuova manovra.

Le mancate rivalutazioni delle pensioni negli ultimi quattordici anni avrebbero provocato perdite significative per i titolari degli assegni più elevati, con importi che possono arrivare a sfiorare i 200mila euro. È quanto emerge da una stima della Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità (Cida), secondo cui anche chi percepisce una pensione lorda mensile di 5.500 euro avrebbe accumulato una perdita di circa 96mila euro.

Il tema torna al centro del dibattito con la nuova manovra finanziaria, che prevede un’ulteriore stretta sul meccanismo di adeguamento degli assegni al costo della vita.

Pensioni, quanto si perde con la mancata rivalutazione

Secondo i calcoli della Cida, considerando una rivalutazione piena al 100% e un’inflazione del 3,4%, chi percepisce una pensione lorda di 5.500 euro al mese avrebbe perso circa 96mila euro nell’arco di quattordici anni.

La cifra sale a circa 178mila euro per un assegno da 10mila euro lordi mensili. A quest’ultimo importo si aggiungerebbero altri 3.029 euro di perdita nel 2027.

Si tratta di stime elaborate prendendo come riferimento un sistema di rivalutazione integrale rispetto all’inflazione. Il confronto con il meccanismo attualmente in vigore restituisce cifre più contenute, ma comunque rilevanti.

Secondo la Confederazione, il problema riguarda soprattutto gli assegni medio-alti, che nel tempo hanno subito una riduzione del potere d’acquisto a causa degli adeguamenti solo parziali.

La stretta della manovra e l’appello della Cida

Nel mirino dell’associazione c’è l’articolo 55 della legge di bilancio, che introduce nuove limitazioni al meccanismo di indicizzazione delle pensioni. La Cida chiede al governo di cancellare la norma, ritenendo che possa aggravare ulteriormente la perdita di potere d’acquisto dei pensionati.

La stretta riguarda gli assegni superiori a quattro volte il trattamento minimo, una soglia che corrisponde a circa 1.850 euro netti al mese. Una platea che, secondo le critiche sollevate, comprende anche una parte del ceto medio. Inoltre, le somme non riconosciute attraverso la rivalutazione parziale non verrebbero recuperate negli anni successivi, con effetti destinati quindi a permanere nel tempo.

Il confronto si intreccia con le altre misure fiscali previste dalla manovra. La riduzione dell’aliquota Irpef dal 43% al 33% per la parte di reddito compresa tra 50mila e 55mila euro, ad esempio, avrebbe validità limitata al 2027 e potrebbe garantire un risparmio massimo di 500 euro.

Pensioni, le richieste dei sindacati e il nodo delle coperture

La richiesta di modificare la norma non arriva soltanto da Cida e Federmanager. Anche i sindacati, in particolare la Cisl, si sono espressi contro la stretta. La segretaria generale Daniela Fumarola ha chiesto di cancellare la misura, trovando nel vicepremier Antonio Tajani la disponibilità a valutare la presentazione di emendamenti.

Eventuali modifiche dovranno però fare i conti con le risorse necessarie per compensare il mancato risparmio. Il raffreddamento del meccanismo di indicizzazione garantirebbe infatti allo Stato una riduzione della spesa previdenziale stimata in circa 1,4 miliardi di euro all’anno, con effetti permanenti. È proprio questo il nodo economico e politico della discussione: da una parte la richiesta di tutelare il potere d’acquisto delle pensioni, dall’altra la necessità di individuare coperture per eventuali correzioni alla manovra.

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