La situazione di salute di Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace, ha subito un deterioramento tale da richiedere il trasferimento in una struttura ospedaliera nel nord-ovest dell’Iran. Dopo giorni di terapia in carcere, la decisione di spostarla è stata motivata dai medici del penitenziario, che avrebbero ritenuto impraticabile la prosecuzione delle cure all’interno della struttura detentiva.
La notizia è stata diffusa dalla fondazione che porta il suo nome, che parla di un peggioramento catastrofico dello stato clinico.
Le informazioni messe a disposizione dalla fondazione e dagli avvocati delineano un quadro preoccupante: episodi di perdita di coscienza, una grave crisi cardiaca e un sospetto infarto alla fine di marzo. Questi elementi, uniti a un quadro fisico debilitato — con segni di pallore e perdita di peso — hanno costretto le autorità carcerarie a optare per il trasporto in ospedale, nonostante esistessero raccomandazioni per il trattamento da parte della sua équipe specialistica a Teheran.
Condizioni mediche e sintomi riportati
Secondo la fondazione, durante la detenzione Mohammadi ha avuto due episodi di perdita totale di coscienza e un’importante crisi cardiaca, eventi che hanno reso evidente la necessità di un’assistenza più avanzata rispetto a quella disponibile in carcere. Il trasferimento arriva dopo segnalazioni di uno stato fisico fragile: la detenuta appariva sottopeso e costretta a muoversi con l’aiuto di un’infermiera, segni che la fondazione considera indici di una grave compromissione dello stato di salute.
Il termine infarto è stato utilizzato dagli avvocati come descrizione del problema cardiaco sospetto riscontrato a fine marzo.
Eventi acuti registrati in carcere
La giornata che ha preceduto il trasferimento è stata segnata da due svenimenti nel carcere di Zanjan, nel nord-ovest del Paese. Gli avvocati che l’hanno visitata poche ore dopo riferiscono di un quadro clinico allarmante e della necessità di esami e interventi non eseguibili nella sede detentiva. Per la fondazione, questi episodi si inseriscono in una serie di omissioni curative che avrebbero messo a rischio la vita della detenuta, descrivendo il fenomeno come sistematica negligenza medica a partire dal suo arresto.
Iter giudiziario e misure imposte
Parallelamente alle difficoltà sanitarie, Mohammadi sta affrontando un aggravarsi della sua posizione penale. A febbraio le è stata inflitta una pena aggiuntiva di sette anni con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati, secondo quanto riportato dal suo legale. A questo provvedimento si è sommata una condanna di un anno e mezzo per attività di propaganda, oltre a misure amministrative che prevedono l’esilio per due anni nella città di Khosf, nella provincia del Khorasan Meridionale, e il divieto di lasciare il Paese per lo stesso periodo.
Restrizioni pratiche e conseguenze per la detenzione
Le restrizioni imposte alla Mohammadi non riguardano solo la sfera penale, ma influenzano anche la possibilità di ricevere cure all’esterno del luogo di detenzione. Il divieto di uscita dal territorio nazionale e l’esilio amministrativo complicano i percorsi di trattamento specialistico, secondo la fondazione. Queste misure, insieme alla gestione medica interna, alimentano le critiche sulla mancata applicazione di protocolli sanitari adeguati per persone detenute con condizioni croniche o acute.
Risposta della fondazione e richieste di cura
La fondazione che cura la memoria e l’attività di Narges Mohammadi ha ribadito l’urgenza di cure specifiche e ha denunciato che il trasferimento in ospedale è avvenuto solo dopo “140 giorni di sistematica negligenza medica” dall’arresto, avvenuto il 12 dicembre. Gli organizzatori della campagna di assistenza sottolineano come raccomandazioni cliniche avessero indicato il ricorso a una équipe di specialisti a Teheran, suggerimento però non seguito fino a quando la situazione non è diventata critica.
Lo spostamento in una struttura ospedaliera apre ora la fase delle indagini cliniche e del possibile intervento terapeutico mirato; resta però alta la preoccupazione sulla rapidità e completezza delle cure ricevute in precedenza. La comunità internazionale e i sostenitori chiedono trasparenza sulle condizioni della detenuta e rispetto per il diritto alla salute, evidenziando come la protezione sanitaria in carcere sia un elemento fondamentale per valutare la legittimità delle misure detentive.