Il 7 ottobre, l’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York ha ospitato un intervento controverso del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu. Davanti a una platea composta da rappresentanti di quasi tutti i Paesi membri, il premier ha lanciato una dura critica contro un gruppo di giovani coloni della Cisgiordania, descrivendoli come un “pugno di giovani teppisti”.
Le sue parole hanno subito polarizzato l’aula innescando una serie di reazioni che sono proseguite ben oltre il semplice discorso.
Le accuse di Netanyahu e i dati citati
Nel suo intervento, Netanyahu ha sostenuto che i media si focalizzano su un “manipolo di giovani delinquenti, circa 150 persone, che vanno a lanciare pietre o ad abbattere ulivi”.
Ha affermato con decisione: “Non posso tollerarlo. Non tollererò atti di giustizia privata”. Proseguendo, il premier ha citato le vittime del 7 ottobre, indicando che “hanno massacrato 1.200 israeliani”. Per contestualizzare l’entità del tragico evento, ha detto che per un Paese di 10 milioni di abitanti, la perdita equivale a “40 mila americani innocenti in meno di 24 ore”, definendola “16 volte l’11 settembre”.
Queste cifre hanno alimentato il tono emotivo dell’intervento con Netanyahu che ha concluso descrivendo la risposta israeliana come quella di “leoni”.
Il richiamo alla non-genocidia
Nel finale del suo discorso, Netanyahu ha negato categoricamente qualsiasi accuse di genocidio: “Israele non ha commesso un genocidio, ha evitato un genocidio”. Ha invitato gli ebrei del mondo a sollevare la testa e a mostrarsi orgogliosi, sottolineando che “molti nel mondo libero hanno paura di difendere la libertà”. Il premier ha inoltre taciuto l’Iran, definendo la decisione di attaccare quel Paese “una delle più facili che abbia mai preso da premier”.
Le dimissioni di delegati e le reazioni in aula
Il tono forte di Netanyahu ha avuto conseguenze immediate nella sala plenaria. Decine di diplomatici, provenienti da diverse delegazioni, hanno scelto di uscire dall’aula in segno di protesta, lasciando i banchi quasi vuoti. Alcuni hanno anche scandito cori pro-Palestina, rendendo evidente il clima di tensione. Quando gli è stato chiesto il motivo di tali uscite, Netanyahu ha replicato: “Chi ha lasciato l’aula è un codardo morale, se ce ne sono altri se ne vadano subito”. Le dimissioni hanno evidenziato la profonda divisione tra le posizioni a favore di Gerusalemme e quelle che denunciano quello che definiscono violazioni dei diritti umani.
Il gesto simbolico del sindaco di New York
Poco prima dell’intervento del premier, il sindaco di New York, Zohran Mamdani ha risposto alle accuse di Netanyahu in modo simbolico. In un video diffuso sui social, Mamdani ha piantato un ramoscello d’ulivo davanti al Gracie Mansion e ha condiviso una cena con famiglie palestinesi di Gaza. La didascalia sul suo profilo X recitava: “Che la pace sia il nostro futuro”. Netanyahu ha definito Mamdani “anti-semita” e lo ha accusato di diffondere “bugie”, sostenendo che molti ebrei newyorkesi non si sentono più sicuri dal suo insediamento. Il contrasto tra i due leader ha sottolineato ulteriormente le tensioni geopolitiche presenti nella capitale americana.
L’intervento di Netanyahu all’ONU ha messo in luce un’accresciuta polarizzazione nella comunità internazionale. Da una parte, il premier ha tentato di dipingere le azioni dei coloni come un problema di “giustizia privata”, usando numeri retorici per rafforzare il proprio messaggio. Dall’altra, la fuga di numerosi rappresentanti diplomatici, i cori pro-Palestina e il gesto pacifista del sindaco di New York hanno dimostrato che la risposta globale rimane fortemente divisa. Il dibattito, ora, si sposta dalla semplice denuncia verso la ricerca di possibili vie di dialogo, con il rischio costante che la retorica accesa continui a alimentare ulteriori tensioni nella regione.
