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Scontro sulla Biennale: assenza del ministro, giudizi di Meloni e tensioni sul padiglione russo

Scontro sulla Biennale: assenza del ministro, giudizi di Meloni e tensioni sul padiglione russo

La decisione sulla partecipazione russa alla Biennale ha acceso uno scontro istituzionale: Meloni critica la scelta del presidente Buttafuoco ma riconosce l'autonomia dell'ente e rimanda al ministro Giuli le responsabilità sull'invio degli ispettori

La Biennale di Venezia è tornata a essere epicentro di un acceso confronto politico dopo la riapertura del padiglione russo. In conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri la premier Giorgia Meloni ha detto di ritenere capace il presidente della Fondazione ma di non aver condiviso la sua decisione: «Questa scelta non l’avrei fatta al suo posto», ha affermato, rimarcando al contempo che la Biennale è un ente autonomo.

Sulla vicenda degli ispettori inviati alla Fondazione Meloni ha spiegato di non avere informazioni dirette e di rinviare alle responsabilità del ministro competente.

Lo strappo istituzionale si è manifestato anche con l’annuncio che il ministro della Cultura Alessandro Giuli non sarà presente né alle giornate di pre-apertura previste dal 6 all’8 maggio né alla cerimonia d’inaugurazione del 9 maggio della 61ª Esposizione d’Arte.

Un’assenza senza precedenti recenti che riflette giorni di tensioni, richieste di documenti, richieste di dimissioni e prese di posizione pubbliche che hanno progressivamente complicato il rapporto tra il Ministero della Cultura e la Fondazione.

Il nodo del padiglione russo

Al centro del contrasto resta la scelta di riaprire il padiglione russo, tornato a essere presente dopo l’assenza seguita all’invasione dell’Ucraina.

Sul piano giuridico non sono emerse violazioni manifeste delle sanzioni europee, ma il dibattito si è spostato su un piano fortemente simbolico. La decisione della giuria di non considerare per i premi opere legate a Stati i cui leader sono sotto inchieste della Corte penale internazionale ha aggiunto un ulteriore livello di complessità, trasformando il confronto su opere e riconoscimenti artistici in un vero e proprio caso diplomatico.

Aspetti legali e politici

Le mosse del ministro Giuli — dalla richiesta di dimissioni della rappresentante ministeriale nel Cda alla richiesta formale di documenti sulla compatibilità del padiglione con le sanzioni — hanno inscritto la vicenda in un contesto di controllo amministrativo e pressioni politiche. Parallelamente la Commissione Ue ha chiesto chiarimenti e valutato l’impatto sul finanziamento triennale, pari a 2,3 milioni di euro, introducendo il rischio di conseguenze economiche per la Fondazione. Questo intreccio tra diritto, finanza e politica mostra come l’arte possa diventare terreno di contesa internazionale.

La frattura istituzionale

L’assenza ufficiale del ministro all’inaugurazione rappresenta uno spartiacque: da un lato la difesa a oltranza dell’autonomia dell’ente da parte del presidente Pietrangelo Buttafuoco, che ha paragonato la Biennale a una sorta di «Onu delle arti», dall’altro la posizione netta del governo che pretende coordina-mento con la politica estera. La rottura è resa ancora più evidente dalla storia personale tra i due protagonisti, ex colleghi e — fino a poco tempo fa — amici, ora lacerati da contrapposizioni pubbliche e comunicazioni ufficiali che non lasciano spazio a mediazioni facili.

Reazioni politiche e culturali

Le risposte sono arrivate da più fronti: il Movimento 5 Stelle ha criticato l’assenza del ministro come un segnale negativo verso l’indipendenza culturale, mentre il Partito Democratico ha attaccato la gestione ministeriale. Anche il mondo culturale è diviso: alcuni artisti e curatori chiedono esclusioni per motivi etici, altri difendono il ruolo della Biennale come spazio di dialogo. A livello internazionale alcune delegazioni hanno annunciato discrepanze di presenza, amplificando la portata diplomatica della vicenda.

Prospettive e impatto

Lo scenario che si apre è incerto: la Fondazione dovrà confrontarsi con la possibilità di perdite economiche, il rischio di logoramento del dialogo con partner internazionali e una crescente politicizzazione dell’evento. Il governo, per voce della premier, ha ribadito che la politica estera è compito delle istituzioni statali, ma ha anche lasciato intendere che determinate scelte possono avere conseguenze reali. Nel breve periodo resta da capire se il confronto si risolverà con ricomposizioni istituzionali o se la Biennale entrerà in una fase di confronto prolungato tra autonomia culturale e responsabilità politica.