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Scuse di Autostrade per l'Italia dopo il crollo del Ponte Morandi

Scuse di Autostrade per l'Italia dopo il crollo del Ponte Morandi

A pochi giorni dalla sentenza, Autostrade per l'Italia si scusa per il crollo del Ponte Morandi. Un gesto che arriva dopo otto anni di attesa.

Otto anni dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova, che causò la morte di 43 persone, Autostrade per l’Italia ha finalmente rotto il silenzio con una lettera di scuse. L’amministratore delegato Arrigo Giana ha espresso il suo rammarico per la tragedia, riconoscendo le ferite indelebili lasciate da quell’evento. La lettera, pubblicata oggi, arriva alla vigilia della sentenza di primo grado, attesa per domani.

Una lettera di scuse dopo otto anni

Nella sua lettera, Giana ricorda la mattina del 14 agosto 2018, quando il ponte crollò sotto gli occhi attoniti di milioni di italiani. “Io ero uno dei milioni di cittadini che si trovava attonito davanti agli schermi della televisione“, sottolineando come il silenzio dell’azienda abbia aggiunto ulteriore dolore alla comunità genovese.

“Le azioni e le scelte di alcuni hanno lasciato ferite indelebili”, afferma, riconoscendo la necessità morale di chiedere scusa.

Giana sottolinea che Autostrade per l’Italia oggi è un’azienda diversa, sotto il controllo dello Stato e con nuovi azionisti. “Un nuovo corso sotto il controllo dello Stato e con nuovi azionisti”, scrive, evidenziando gli sforzi per garantire la sicurezza delle infrastrutture e dei lavoratori.

“Rompiamo il silenzio

Il processo e le accuse

Il processo per il crollo del Ponte Morandi, iniziato il 7 luglio 2026, ha visto 284 udienze in quattro anni. La procura ha chiesto quasi 400 anni di carcere complessivi per 57 imputati, accusati di aver anteposto il risparmio sulla sicurezza ai dividendi per gli azionisti. Tra gli imputati ci sono dirigenti e tecnici di Autostrade, della controllata Spea, del ministero dei Trasporti e del Provveditorato.

Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, è uno dei principali imputati. La pena più alta richiesta per lui è di 18 anni e mezzo. Castellucci, attualmente in carcere per una precedente condanna legata alla tragedia di Acqualonga, ha dichiarato: “Mi sento responsabile ma non colpevole.”. La sua difesa sostiene che sia un “capro espiatorio” e che “non poteva occuparsi personalmente delle ispezioni fisiche sui singoli stralli”.

Le richieste di condanna

Oltre a Castellucci, pene significative sono state chieste per Michele Donferri Mitelli (15 anni e 6 mesi), ex responsabile della manutenzione, Gabriele Camomilla (14 anni), Mauro Malgarini (13 anni e 6 mesi) e altri dirigenti. Tra gli imputati anche Mauro Coletta, funzionario del ministero delle Infrastrutture, che si è difeso affermando: “Eravamo senza uomini. E poi i controlli spettavano unicamente ad Aspi e Spea.”.

Le reazioni dei familiari delle vittime

Emmanuel Diaz, fratello di una delle vittime, ha partecipato a tutte le 284 udienze del processo. Ha spiegato di aver messo la propria vita in pausa per otto anni e di essere pronto a riprenderla dopo il verdetto. Egle Possetti, presidente del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, ha perso nell’crollo la sorella Claudia, i nipoti Manuele e Camilla di 16 e 12 anni e il cognato Andrea. Ha espresso un misto di emozione e timore, aspettandosi condanne basate sulle omissioni degli imputati.

Possetti ha definito le scuse di Autostrade “quantomeno singolari”, chiedendosi: “Andavano fatte a suo tempo, perché solo ora? La proprietà è cambiata da tempo.”. Ha aggiunto che la famiglia Benetton, precedente proprietaria di Aspi, mantiene “una responsabilità morale altissima anche se non sono imputati”.

Una storia di allarmi ignorati

Il Ponte Morandi, progettato da Riccardo Morandi e inaugurato nel 1967, presentava problemi strutturali noti da decenni. Già nel 1975, un rapporto tecnico di Spea segnalava “fessurazioni nel calcestruzzo, con tracce di infiltrazioni di umidità, unite anche a ruggine”. Lo stesso Morandi nel 1979 riconobbe “fenomeni aggressivi di origine chimica” e nel 1981 notò “importanti segni di degradazione”, raccomandando “immediati interventi di restauro”.

Nel marzo, Aspi commissionò a Spea la progettazione per riparare il calcestruzzo danneggiato sui piloni 9 e 10, completata. Tuttavia, i lavori non furono mai avviati. Il viadotto fu inoltre “volontariamente escluso” da una verifica obbligatoria prevista da un’ordinanza del 2003. I costi elevati degli interventi necessari avevano portato a considerare persino la demolizione, ma il ponte rimase in piedi fino al crollo del 2018.

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