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L’opinione di Fabrizio Capecelatro

Sequestro preventivo di un’inchiesta di Fanpage.it: il problema non sono Durigon e Zafarana, ma la Magistratura

La Magistratura sequestra un'inchiesta giornalistica prima che sia stato dimostrato che essa è un falso e quindi un reato.

sequestro preventivo di un'inchiesta di fanpage

Tutti sono perseguibili di falsa testimonianza se in tribunale raccontano il falso. Tranne, ovviamente, l’imputato. Un principio cardine della nostra legislazione che si basa sull’evidenza che chi ha commesso un reato, o è sospettato di averlo commesso, debba poter perseguire il proprio diritto di difendersi.

È compito della Magistratura stabilire o ristabilire la giustizia, attraverso propria attività prima di indagine e poi di giudizio.

Lo stesso vale per chi diventa oggetto di un’inchiesta giornalistica, che ne smaschera le presunte (tali sono se da quell’inchiesta giornalista non ne parte una giudiziaria, che poi arriva a sentenza) attività illecite. Così come l’inquisito dalla magistratura ha – di fatto – il diritto di raccontare il falso, anche l’inquisito da un’inchiesta giornalista ha il diritto di provare in tutti i modi, leciti, a difendersi e proteggersi dalle accuse pubbliche che gli sono mosse.

Nulla di eccepibile, quindi, nei confronti del Generale Giuseppe Zafarana, dell’ex sottosegretario Claudio Durigon e di chiunque altro avesse sporto querela per il contenuto dell’inchiesta Follow The Money, realizzata dai colleghi di Fanpage.it nel luglio del 2021: rientra nel loro diritto ed è il gioco delle parti. Ed è lo stesso Direttore di Fanpage.it, Francesco Cancellato a dirlo: “Per quell’inchiesta abbiamo già ricevuto diverse diffide e querele, com’è legittimo che sia.

Chiunque si ritenga offeso o diffamato dai nostri articoli ha diritto di far valere le sue ragioni in un Tribunale, e ci sono un giudice e tre gradi di giudizio per accertarlo”.

Diverso è invece che la Magistratura disponga effettivamente, come ha fatto, il sequestro preventivo di quell’inchiesta. Preventivo rispetto a cosa? Rispetto a una sentenza che stabilisca, eventualmente, che quell’inchiesta è falsa, diffamatoria e architettata: cioè che costituisca essa stessa, e non quello che dimostra, un reato.

E non è sufficiente che nell’inchiesta, quella giornalistica, siano coinvolti un ex sottosegretario di Stato, un Generale della Guardia di Finanza e la possibilità che quest’ultimo possa non indagare come dovrebbe su un furto fatto dal partito del primo (la Lega) perché la Magistratura possa decidere di andare contro lo legge.

Al contrario è ammissibile che i due “inquisiti” cerchino, con i parametri imposti dalla legge, di richiedere quello che la legge stessa non gli permetterebbe di ottenere: l’oscuramento dell’inchiesta prima di aver dimostrato che essa è un reato.

Ed è bene ricordare allora un altro principio cardine della nostra legislazione: è chi accusa che deve dimostrare le prove della colpevolezza dell’accusato e non quest’ultimo quelle della sua innocenza. E allora, visto che questo provvedimento è stato disposto in seguito a una querela per diffamazione presentata dal generale Giuseppe Zafarana il 28 luglio, è questo che deve dimostrare l’eventuale colpevolezza dei colleghi di Fanpage.it e non viceversa.

La domanda allora sorge spontanea: la Magistratura italiana conosce i principi alla base della nostra legge o si limita a una mera applicazione delle norme?

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