Le intercettazioni choc a Fanelli: “Se muoiono in cento, nessuno va in galera”

Cronaca

Le intercettazioni choc a Fanelli: “Se muoiono in cento, nessuno va in galera”

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Le intercettazioni choc a Fanelli: "Se muoiono in cento, nessuno va in galera"

Frasi choc emergono dalle intercettazioni dell'ex Primario di Anestesia dell'Ospedale di Parma: "Sono io il boss; se muoiono, nessuno va in galera"

Parma sconvolta dall’indagine Pasimafi che, lo scorso maggio, ha portato all’arresto di diciannove persone tra dirigenti, medici ed imprenditori del settore farmaceutico, con oltre 75 indagati. Tra tutti emerge la controversa figura di Guido Fanelli, all’epoca primario di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Parma e docente universitario. Il suo mestiere? Non curare le persone, a fare soldi con le malattie e il dolore degli altri.

Io porto i malati e mi prendo il 10%“, ha più volte dichiarato Fanelli. La frase è solo una delle tante emerse dalle intercettazioni delle telefonate intercorse tra il luminare e la moglie. Sono state proprio queste, contenute nel fardello giudiziario di oltre 500 pagine che grava su Fanelli, a far emergere lo scandalo e portare l’Ospedale di Parma alla ribalta dei giornali nazionali.

Frasi choc: “Se muoiono cento persone, nessuno va in galera”

Guido Fanelli, ormai ex Primario della Seconda Anestesia del Maggiore di Parma, è stato per anni riconosciuto da tutti, anche a livello nazionale ed internazionale, come un luminare delle cure palliative, nonchè fondatore della legge 38.

Ciò che emerso dalle intercettazioni, dove chiaramente Fanelli calcolava in volume d’affari la sofferenza delle persone, ha quindi avuto un violento impatto sul mondo della Medicina, in particolare nella Clinica Universitaria di Parma.

Tra gli indagati per corruzione anche i figli e la moglie del professore universitario, oltre che il suo braccio destro ancora agli arresti domiciliari. “Se muoiono cento persone” – è un’altra frase choc rilevata dalle intercettazioni telefoniche – con questo filtro, non va in galera nessuno“. Fanelli l’avrebbe pronunciato nel 2015, il che spiega come l’organizzazione fosse attiva già da diversi anni ma mette in luca anche la considerazione che i medici coinvolti avevano della ricerca scientifica nel campo delle cure palliative.

“Il boss sono io, ho creato un sistema”

L’organizzazione guidata da Fanelli testava i farmaci sperimentali su pazienti, totalmente ignari di quello che gli stava accadendo. Ma non solo: per promuovere farmaci, in accordo con le aziende farmaceutiche, il Primario stilava false relazioni o smentite e pilotava i convegni dei medici, in modo da favorire le case farmaceutiche inserite nell’organizzazione criminale.

Che lui fosse il capo, nessun dubbio.

In un’altra intercettazione, infatti, aveva dichiarato senza mezzi termini: “Non è che faccio il boss. Il boss sono io e basta. Comando io. Ho creato un sistema perfetto“. E sempre dalle intercettazioni emerge il modus operandi dell’organizzazione: “Io prendo soldi – continua Fanelli – dall’uno e dall’altro allo stesso modo. Tengo i piedi in quattro o cinque scarpe. Sono bravo“. Poi ancora: “Gestisco il centro del dolore più grande d’Italia. Facciamo 19.000 interventi all’anno. Posso spostare milioni di euro; tutti credono a quello che scriviamo, è la forza della scienza“.

L’Azienda Ospedaliera di Parma ne aveva già chiesto le dimissioni

Nell’ambiente parmigiano Guido Fanelli era molto conosciuto. Già più di una volta l’Azienda Ospedaliera, vedendone il modus operandi e sortendo qualche dubbio sulla sua attività, lo aveva denunciato e ne aveva chiesto la sospensione dal servizio all’Università di Parma, da cui Fanelli dipendevza. Ma anche il rettore, Loris Borghi, era dalla sua parte: dalle indagini è, infatto, emerso anche un suo coinvolgimento che lo ha poi portato alle dimissioni.

Il figlio Roberto era a capo di una società di riciclaggio di denaro, la Crag Up.

La moglie, Fiorella Edi Nobili, era dirigente medico, mentre l’altro figlio, Andrea, è accusato di aver relazionato lavori scientifici su richiesta delle case farmaceutiche. La famiglia è tutta indagata. “Il mio lavoro – dice in un’altra intercettazione telefonica con la moglie – è lo spionaggio industriale“. Pur di incassare, Fanelli, era disposto a qualsiasi cosa, anche a mettere in pericolo la salute dei propri pazienti.

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