Scomparsa di Dario Fo: tre motivi per ricordare un giullare moderno

Scomparsa di Dario Fo: tre motivi per ricordare un giullare moderno

Cultura

Scomparsa di Dario Fo: tre motivi per ricordare un giullare moderno

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Con la morte di Dario Fo, avvenuta questa mattina all’ospedale Sacco di Milano, se ne va una delle figure centrali della cultura italiana del secolo scorso.

Attore, autore, regista, scrittore, pittore e scenografo, Dario Fo era un artista senza dubbio eclettico, capace oltre tutto di emergere in tutti i settori da lui praticati. Un personaggio discusso ma un artista dal talento indiscutibile, nato a Sangiano, in provincia di Varese, il 24 marzo del 1926 e scomparso a 90 anni di età questa mattina. Fra le tanti ragioni per ricordarlo, si può provare a riassumere scegliendone soltanto tre.

Il premio Nobel per la letteratura

Il traguardo più alto raggiunto da Dario Fo non può che essere il conseguimento del premio Nobel per la letteratura. Fo fu insignito del prestigioso riconoscimento il 9 ottobre del 1997, quasi vent’anni fa. Allora la decisione della giuria di Stoccolma fece discutere, ma la motivazione fu espressa in modo chiaro.

Dario Fo, “seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”. Fu la capacità di trasformare un’espressione e un contesto da antichi a contemporanei, mantenendo inalterato lo spirito originario, a spingere la giuria a premiare Dario Fo.

Prima di lui, gli italiani a vincere il Nobel per la letteratura furono autori della massima importanza: Giosuè Carducci (1906), Grazia Deledda (1926), Luigi Pirandello (1934), Salvatore Quasimodo (1959) e Eugenio Montale (1975).

Mistero Buffo

Memorabile la rappresentazione teatrale intitolata “Mistero Buffo”, giullarata in scena dalla fine degli anni Sessanta recitata in grammelot, invenzione linguistica basata su un misto di forme dialettali e onomatopee che, unita ad una forte mimica, riusciva a comunicare agli italiani tanto quanto agli stranieri. E di tutto il “Mistero Buffo” si può ricordare la scena in cui Dario Fo narrava delle nozze di Cana con Gesù che invita la Madonna a bere un po’ del vino appena creato: “bevine un po’, mamma”, “no grazie, non sono abituata al vino…

dopo… dico stupidaggini”, “ma no mamma, è un vino buono, sano… l’ho fatto io!”. Al di là dello scarso risultato comico nel riportare le sole battute, tradotte e senza il fondamentale apporto della recitazione, la scena è emblematica della capacità di umanizzare contesti e personaggi di ogni genere, realizzando un’intenzione comica che riesce nel difficile intento di non essere offensiva.

Il monologo di Ubu

Riuscita anche la rappresentazione teatrale che proponeva la rivisitazione in chiave satirica della storia di Silvio Berlusconi. Un attacco politico feroce, coerente con l’attivismo che da sempre ha fatto parte della vita di Dario Fo (che in gioventù fece parte delle truppe della RSI, prese parte alle proteste di sinistra del 68 e approdò negli ultimi anni a posizioni vicine al M5S), filtrato dalla scelta artistica di trattare il tema a partire dal testo teatrale di Alfred Jarry della fine del XIX secolo intitolato Ubu Roi.

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