Il processo penale contro Huawei è partito il 9 settembre presso la corte federale di Brooklyn, New York. Il caso, che si inserisce in una lunga disputa tecnologica tra Washington e Pechino, è stato annunciato come una delle procedure criminali più importanti della storia recente degli Stati Uniti contro un’impresa straniera.
Le accuse mosse dal Dipartimento di Giustizia
Secondo l’accusa, Huawei avrebbe gestito un schema criminale durata circa due decenni, dal 1999 al 2020, finalizzato a rubare segreti commerciali, ingannare istituti bancari e aggirare le sanzioni contro l’Iran. Il procuratore Taylor Stout ha aperto la causa con le parole “Theft, lies, cover-up”.
Presunti furti di tecnologia
Gli inquirenti sostengono che la compagnia cinese abbia sottratto il codice sorgente del router internet di Cisco e una braccio robotico impiegato da T-Mobile per testare gli smartphone.
Tali attività sarebbero state parte di un più ampio piano di appropriazione di proprietà intellettuale da parte di Huawei.
Violazioni delle sanzioni iraniane
Il governo statunitense accusa inoltre Huawei di aver mascherato le proprie operazioni in Iran, facilitando il trasferimento di dollari statunitensi nonostante le restrizioni imposte dal Department of the Treasury.
È stata avanzata anche l’ipotesi che l’azienda abbia fornito apparecchiature capaci di sorvegliare i manifestanti iraniani durante le proteste del 2009.
La difesa di Huawei
Huawei, che nega ogni illecito, ha presentato un atto di non colpevolezza. Il suo avvocato, Brian Heberlig, ha sostenuto che il procedimento è una distorsione di normali attività di mercato, definendo le accuse “competizione, non cospirazione; innovazione, non furto”. Heberlig ha accusato i procuratori di “selezionare episodi isolati per costruire una finta cospirazione”.
Secondo la difesa, gli episodi citati coinvolgevano dipendenti singoli, le cui azioni erano state gestite internamente e non riflettono una politica aziendale. L’avvocato ha inoltre affermato che i giudici americani spesso descrivono attività ordinarie delle grandi aziende tech come crimine quando queste vengono presentate fuori contesto.
Risonanze politiche e diplomatiche
Il processo arriva in concomitanza con la visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista dal 23 al 25 settembre, e rischia di influenzare gli scambi su commercio, intelligenza artificiale e tariffe. Un portavoce del Ministero degli affari esteri cinese ha dichiarato che Pechino si oppone fermamente alla “soppressione e contenimento delle imprese cinesi” operato dagli Stati Uniti.
Nel contesto più ampio, Huawei è stata inserita nella blacklist commerciale statunitense nel 2019, durante la presidenza di Donald Trump, con l’accusa che i suoi dispositivi 5G potessero compromettere la sicurezza nazionale. L’azienda ha sempre negato qualsiasi uso dei propri prodotti per spionaggio.
Il caso richiama inoltre la vicenda di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei, arrestata in Canada nel 2018 su mandato statunitense per presunte frodi bancarie legate all’Iran. Dopo un accordo di prosecuzione differita, Meng è tornata in Cina nel 2021 e le sue dichiarazioni sono state ammesse come prova nella presente causa.
Ultimamente, l’attenzione si è estesa anche ai settori dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale. Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha avvertito che un dominio cinese nell’AI potrebbe rappresentare un “pericolo grave” per gli Stati Uniti, chiedendo il mantenimento delle restrizioni tecnologiche. La Cina ha replicato accusando gli USA di “fearmongering” e di alimentare una “competizione fredda”.
Il giudizio, previsto durare circa tre mesi, rappresenta una pietra miliare nella lotta tra le due potenze per il controllo delle tecnologie di prossima generazione e per la definizione di un nuovo ordine economico globale.
