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Omicidio Vannini, le dure parole della madre a “Chi l’ha visto”

La mamma di Marco Vannini, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite da Antonio Ciontoli, ospitata a Chi l'ha visto.

La Corte d’Appello di Roma, con una sentenza emessa nell’aprile del 2018, ha stabilito che l‘omicidio di Marco Vannini – 21enne di Ladispoli ucciso dal padre della fidanzata con un colpo di pistola esploso il 18 maggio 2015 – non è da considerarsi come volontario ma colposo. Riducendo quindi la pena da 14 a 5 anni di detenzione per Antonio Ciontoli, sottufficiale della marina militare distaccato ai servizi segreti ritenuto colpevole di aver sparato al giovane Vannini in circostanze mai del tutto chiarite.

L’appello della madre di Marco a “Chi l’ha visto”

Una serie di circostanze processuali, però, portano Marina Conte, madre del ragazzo ucciso, a mettere in dubbio la decisione del Giudice. Davanti al quale, al momento della lettura della sentenza, emessa “Nel nome del popolo italiano”, la donna ha gridato “Non in Mio nome!”.

Una dimostrazione di sdegno che le sarebbe potuta costare una denuncia per interruzione di pubblico servizio. Un reato perseguibile con condanne che possono raggiungere i 5 anni di reclusione.

Marina Conte, ospitata nel corso della trasmissione Chi l’ha Visto andata in onda il sei febbraio 2019, tira fuori tutte le sue perplessità e i dubbi sulla gestione del caso da parte delle autorità statali. La donna infatti spiega che “I Ciontoli hanno avuto tutto il tempo di prepararsi”. E racconta di come secondo lei, “queste indagini non sono partite bene, e gli sono state regalate troppe cose a questa famiglia”. “L’unica preoccupazione della famiglia”, conclude la donna, “era che il padre perdesse il suo posto di lavoro a Palazzo Chigi“.

Ma è la stessa conduttrice del programma Federica Sciarielli a farle notare un notevole particolare: “Hai rischiato la stessa pena data a Ciontoli“, sottolinea infatti con un certo sdegno la giornalista, rivolgendosi direttamente alla donna.

La Sciarielli fa poi sapere di aver richiesto direttamente al Ministro della Difesa Elisabetta Trenta se, scontata la pena, Ciontoli potrà ambire a riottenere il posto di lavoro. Una eventualità categoricamente esclusa dal Ministro, che informa di aver “Già in questo senso dato disposizioni alle competenti articolazioni della Difesa”.

La reazione della madre della vittima

Una sentenza che aveva provocato lo sdegno della famiglia e degli amici della vittima, che in Tribunale, al momento della lettura della sentenza, hanno rivolto parole di fuoco al giudice: “Venduti, non c’è Stato per Marco!”. Un parere simile a quello espresso dal sindaco di Cerveteri Alessio Pasucci per il quale “Uno Stato che consente di uccidere un ragazzo senza che di fatto i suoi assassini vengano puniti non è uno Stato di diritto, ma è uno Stato in cui la giustizia è ormai morta, e le istituzioni non sono più un riferimento credibile per i cittadini”.

La ricostruzione dell’omicidio

Secondo quanto ricostruito, il giovane si trovava sotto la doccia quando era stato raggiunto da un proiettile che lo ha colpito sotto la spalla destra, trapassandogli un polmone e il cuore.

Stando alla spiegazione fornita da Ciontoli, gli sarebbe inavvertitamente partito un colpo mentre stava pulendo la pistola. Ma perchè abbia deciso di andare in bagno a pulire la pistola mentre il fidanzato della figlia era in doccia resta ad oggi un mistero.

Ad aggravare la sua posizione, e quella di tutti i membri della famiglia in casa in quel momento – tutti condannati per omissione di soccorso – il fatto che nessuno abbia chiamato aiuto per diverse ore dopo lo sparo, lasciando il giovane – sanguinante ma cosciente – ad agonizzare dissanguandosi sul pavimento. La prima chiamata ai soccorsi è giunta alle 23.41, ed è stata effettuata dal Federico Ciontoli, fratello della fidanzata della vittima. Una chiamata nel corso della quale interviene però la madre, Maria Pezzillo, la quale spiega ai soccorritori che non serve nessuna ambulanza, perchè “Il ragazzo si è ripreso”.

La tardiva chiamata al 118

Passati 24 minuti la seconda chiamata al 118. A parlare questa volta è Antonio Ciontoli, il quale racconta che “il ragazzo si è ferito con un pettine a punta, e grida perché si è messo paura”. Il riferimento è alle urla strazianti del giovane che si sentono in sottofondo alla telefonata e con le quali il giovane chiama la mamma implorando aiuto.

Soltanto a questo punto l’intervento dei sanitari e dei Carabinieri. Il giovane ferito viene trasportato al pronto soccorso e solo a quel punto Ciontoli ammette che Marco è stato ferito da un colpo di pistola. “Ma non lo dica a nessuno” chiede al medico che prende in cura il ragazzo, “Perchè rischio di perdere il lavoro”.

È passato troppo tempo e il ragazzo ha perso troppo sangue. Inutile il trasporto in elicottero verso il Policlinico Gemelli, che Marco Vannini raggiunge ormai privo di vita. Una ricostruzione dei fatti che però non chiarisce in alcun modo per quale motivo il bossolo del proiettile sia stato ritrovato in camera da letto della figlia, e non in bagno.

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