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Erasmus, uno dei più grandi progetti internazionali di istruzione e pace

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La professoressa Sofia Corradi risponde ad alcune domande in un'intervista a tema Erasmus, sua ideatrice e promotrice dal giorno zero. Storia degli ostacoli che ha dovuto affrontare per attivarlo definitivamente.

Progetto erasmus intervista sofia coradi
Intervista progetto erasmus Sofia corradi

Fino al 2004 Sofia Corradi è stata Professore Ordinario di Educazione degli adulti (Lifelong learning) nel Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’ Università degli Studi Statale “Roma Tre”, dove è stata anche Direttore del “Laboratorio di Educazione Permanente” e del “Corso di Perfezionamento in Teoria e Prassi dell’Educazione degli Adulti” (“Postgraduate Course in Lifelong Learning”). È un’attiva pacifista, il cui maggiore merito scientifico è di avere inventato, sin dal 1969, il Programma Erasmus dell’Unione Europea. Oltre ad avere ideato quel modello di esperienza interculturale che si sarebbe concretizzata nel Programma Erasmus, Sofia Corradi si è attivamente impegnata per ben diciotto anni in attività di ricerca e di promozione affinché la sua idea innovativa diventasse realtà. Durante l’anno 2017 si è celebrato il Trentennale del Programma Erasmus e Sofia Corradi ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, fra cui i seguenti: il Presidente della Reubblica Italiana le ha conferito l’onoreficienza di “Commendatore al Merito della Repubblica”.

Il Governo Spagnolo le ha conferito la “Gran Croce del Re Alfonso X il Savio”.

Il Presidente del Senato la ha invitata a tenere il discorso ufficiale per il Trentennale dell’Erasmus dinnanzi all’Assemblea di tutti i Presidenti (Speakers) dei Parlamenti degli Stati comunitari, riunitisi a Roma, nell’Aula del Senato Italiano. L’Associazione Italiana Professori Universitari (AIDU) le ha attribuito il “Premio Humboldt/Newman”. L’Associazione degli studenti erasmiani (Erasmus Student Network, ESN) la ha nominata suo “Primo Ambasciatore Erasmus”. L’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo (la storica UNLA) le ha conferito il “Premio Internazionale Anna Lorenzetto”. Il Rettore dell’Università di Trieste la ha invitata (come “Ospite d’Onore”) all’Inaugurazione dell’Anno Accademico 2017- 2018 , per trattare della pre-istoria del Programma Erasmus.

L’intervista a Sofia Corradi

Da dove nasce il nome Erasmus (European Community Action Scheme for the Mobility of University Students), o meglio, vi è un “dietro le quinte” nella scelta di questo nome curioso che molti associano a Erasmo da Rotterdam?

Ricordo che furono tante le proposte, alcune ingegnose e altre un po’ più bizzarre come ad esempio ‘Programma AB numero 3’ o combinazioni del tipo Eurasmus, Ecasmus, ma alla fine quella che risultò vincente è stata proprio Erasmus che ben si prestava all’acronimo conosciuto.

Erasmus quindi non ha nulla a che vedere con l’omonimo teologo e filosofo olandese ma sembra che ci abbia comunque portato fortuna e le persone coinvolte oggi ne sono molto affezionate. Oggi quell’acronimo è diventato di uso comune ed è quasi sinonimo di scambio culturale. I dettagli del programma (anche i molti retroscena) si possono trovare sul libro del 2015 “Programma Erasmus plus. La mobilità internazionale degli studenti universitari”. Il testo è bilingue – italiano / inglese e spagnolo / portoghese – ed è disponibile gratuitamente sul sito ufficiale www.sofiacorradi.eu.

La scintilla o intuizione felice dell’idea Erasmus le è venuta quando ritornata in Italia dopo una borsa di studio alla Columbia University, ha trovato un paese ancora molto chiuso alle esperienze all’estero. Oggi vi sono ancora delle barriere culturali da superare?

Quel giorno sono stata ignominiosamente insultata all’Università a Roma.

Mi ero ben organizzata per i ventuno esami programmati per laurearsi e me ne mancavano soltanto tre per terminare e discutere la tesi. Nel frattempo avevo vinto una prestigiosa borsa di studio Fulbright alla Columbia University e negli Usa l’anno accademico iniziava a settembre, mentre in Italia a Novembre. Se quindi partivo in modo da arrivare in tempo per iniziare alla Columbia, non sarei riuscita a fare gli ultimi tre esami in Italia. Invece, negli Usa con mia grande sorpresa e felicità mi dissero che non vi sarebbero stati problemi in quanto avevo già maturato una preparazione adatta per essere ammessa con gli studenti dei corsi maggiori e mi avrebbero rilasciato tranquillamente il master di Diritto comparato. Così ritornai in Italia dove avevo fatto tre anni di studio (il quarto anno l’avevo fatto negli Usa) con l’intenzione di farmi riconoscere il sopra citato Master che avrebbe
dovuto – a parere mio – sostituire i tre esami mancanti.

Invece, l’impiegato allo sportello non comprese la mia richiesta e il direttore della segreteria iniziò ad investirmi con una ramanzina a dir poco ingiuriosa e questo nonostante la pergamena presentata e scritta in latino. Credeva volessi scansare gli esami. Non c’è stato nulla da fare e così ho dovuto dare i tre esami. Però, dopo la laurea ed il master è successa una cosa meravigliosa. I miei compagni di studi in Italia il lavoro dovevano cercarselo, invece i datori di lavoro cercavano me e andavo cambiando di lavoro in lavoro scegliendo di volta in volta quello più retribuito o quello più interessante. E questo, grazie alla mia piccola grande esperienza all’estero. A quel punto la scintilla scoppiò sotto forma di domanda: “E se si potesse dare a tutti gli studenti, nessuno escluso, la stessa possibilità che ho cercato io?”. Quindi, avere di fatto dato degli esami fatti all’estero che siano legalmente riconosciuti. Bisogna aggiungere per completezza che i giovani ci sono sempre andati all’estero a studiare ma solo quelli più ricchi. Sulla nostra Costituzione c’è scritto tutto riguardo l’educazione e la formazione ma mai avrei pensato di dover lottare per diciotto lunghi anni per vedere riconosciuto un diritto scritto e sancito! Mi dicevano, lo studente italiano deve fare tutti i suoi studi in Italia perché per se va a studiare per esempio a Parigi e poi ritorna, va ad inquinare la cultura della propria patria. Per questo vi sono leggi che vietano questa pratica. Così vado al Ministero della Pubblica istruzione e lì mi mandano incredibilmente al Ministero degli Esteri dove mi dicono di non insistere oltre perché questi studi non verranno mai riconosciuti tranne agli studenti che studiavano in una università straniera in quanto figli di ambasciatori, consoli o padri che operavano all’estero. Inoltre, a questo veniva aggiunta una delle frasi più brutte che mai si possano udire in vita: “Signora lasci perdere questa cosa. Non si è mai fatta, perché dovremmo farla ora?”. Ebbene, questa è la risposta che sintetizza non solo la molla che mi ha permesso di portare a termine la mia idea, ma anche il perché oggi vi siano ancora tantissime barriere da abbattere nel mondo. Elencarle forse serve a poco perché sono comunque ben visibili a tutti, ma per progredire bisogna capire che ciò che stiamo vivendo è frutto di chi blocca le iniziative da una parte e di chi al contrario le iniziative le vuole spingere avanti e ogni nuova conquista sociale nasce da persone (spesso singole) che sono animate da un grande fuoco di giustizia.

Da ex rappresentante degli studenti all’Università ho spinto i ragazzi ad uscire per conoscere cosa c’è oltre i confini italiani e a non accontentarsi mai di ciò che viene raccontato loro. Questo è un buon motivo per portare a casa idee. C’è per caso un programma che oggi tiene legato il Progetto Erasmus con le aziende italiane?

L’Europa nasce grazie a soli sei stati iniziali che si sono impegnati a costruire un dialogo attorno al commercio. I fondi per l’istruzione erano quindi a dir poco scarsi anche nella metà degli anni settanta con numeri di studenti scambiati molto bassi. Ma nei dieci anni successivi dal 1976 al 1986 c’è stata la svolta e si sono succeduti ben 550 programmi di scambio fra studenti soprattutto di diritto, ingegneria, medicina perché si erano “accorti” che vi erano a tutti gli effetti molte discipline in comune fra i vari stati europei che nel frattempo stavano aderendo all’UE. La cosa allora funzionava effettivamente bene e di conseguenza i finanziamenti sono aumentati tanto che ora è scritto in tutti i documenti europei che il Progetto Erasmus è di gran lunga il programma di maggiore successo in Europa. Tutto è iniziato con finanziamenti scarsi e ‘quasi illegali’ (dico così perché ero riuscita a far accettare il progetto a titolo sperimentale), ma ora nel settennio che va dal 2014 al 2020 solo dall’UE è arrivato un finanziamento di 15 mld di euro. Nel settennio 2021-2027 è stata già deliberata dal Parlamento una somma triplicata che si aggira intorno ai 45 mld. Il progetto è nato inizialmente come programma di scambio di studenti fra le università e poi, visto il successo, si è pensato con gli anni di allargarlo a qualunque istituto di istruzione superiore e ancora anche ai politecnici e ai conservatori musicali (inizialmente non contemplati). Da alcuni anni a questa parte, qualsiasi organizzazione purché sia ben strutturata, solida anche nella reputazione e sia passata al vaglio degli organi di decisione della Comunità Europea può partecipare attivamente agli scambi. Perfino gli ordini professionali sono stati ad oggi regolarmente inseriti e se in uno dei due paesi c’è un tirocinio, questo è ritenuto valido. Quindi, anche le aziende (italiane) possono ma soprattutto devono sentirsi pienamente coinvolte nel processo nel momento in cui cooperano con le università e/o i vari ordini. Ciò garantisce sempre nuova linfa vitale grazie alla condivisione e alla contaminazione continua di idee.

Si può dire che l’idea del Progetto Erasmus compia quest’anno 50 anni. A che punto è oggi il programma alla fine del secondo decennio del nuovo secolo? È stato nel frattempo esportato anche al di fuori dei confini europei?

Mi permetto di fare sempre un inciso per capire meglio la situazione attuale. Nel 1957 avevo ventitre anni e mio papà un giorno mi disse: “Oggi qui a Roma firmano in Campidoglio i Trattati di pace fra stati europei. Si firmano per evitare il generarsi di nuovi e ancor più pericolosi conflitti.” Hanno firmato davvero su tutto tranne su quello che avrebbero fatto sull’educazione e sull’istruzione. Scambi quindi, a mio parere, basati sul niente o comunque chiusi al solo aspetto commerciale e nulla sulla formazione. Nessun articolo è stato scritto che rimandasse a quella che per me era ed è a tutti gli effetti un pilastro per garantire la pace, ma l’UE stava in ogni caso prendendo forma. Così ci si è inventati un sistema per introdurre in qualche modo questo aspetto e come italiani siamo riusciti a persuadere i ministri dell’istruzione a riunirsi ugualmente – non ufficialmente – anche se i trattati non lo prevedevano. Il consiglio dei ministri dell’istruzione non ha avuto luogo fino al 1976 (20 anni dopo i Trattati); per vent’anni i ministri indicati si incontravano e poi lasciavano sul tavolo i loro verbali ai ministri riconosciuti e questo procedimento conferiva la parvenza di legalità al tutto. Lo stesso programma Erasmus veniva approvato due volte, prima dal consiglio dei ministri dell’istruzione e poi dai ministri dell’agricoltura che gli hanno dato, quella volta, ‘uno spolverino’. Quindi, prima si è dovuto riconoscere l’importanza dell’istruzione nella creazione dell’UE (1976) e poi solo successivamente si è passati – ma non era affatto una cosa scontata – al riconoscimento dell’importanza del Progetto Erasmus (1986). Con i nuovi Trattati di Maastricht (1992) si è arrivati ad ampliare il programma verso l’estero grazie anche al crollo del famoso muro di Berlino, dell’Unione sovietica e all’apertura verso Est. Oggi, grazie a dei particolari accordi si possono avviare degli scambi importanti anche fra Università e Ordini professionali cinesi, indiani, giapponesi, sudamericani che corrispondano alla controparte europea (e naturalmente italiana). Ciò comporta responsabilità sempre più crescenti da ambo le parti, ma di riflesso anche ricchezza forse mai conosciuta prima d’ora. Ogni informazione più dettagliata a riguardo si può trovare anche su Progetto Erasmus, Erasmus Mundus, Erasmus Plus (programmi che hanno tutti degli obiettivi diversi).

In questi anni le sono state conferite anche molte onorificenze importanti a riprova di una vita spesa in favore di ideali molto alti e nobili. Una di queste, il Premio Europeo Carlo V, le è stata consegnata dal Re di Spagna S.M. Filippo VI. Mi può raccontare come sono andate le cose e sa che potrebbe essere insignita anche del Premio Nobel per la Pace e quindi diventare la prima donna italiana? Le farebbe piacere?

Parto dall’ultima domanda. Sembra che diverse istituzioni e persone mi abbiano ad oggi candidata per arrivare a questo prestigiosissimo premio e ne sono davvero molto lusingata ed onorata. Devo ammettere al contempo che non ho alcuna ambizione di riceverlo, nel senso che fa naturalmente molto piacere – anche perché il Progetto Erasmus è stato identificato come la prima, vera e grande campagna di pace che sia mai stata organizzata in Europa – ma è senza dubbio una grande responsabilità. Non lo rifiuterei, forse c’è anche qualcun altro prima di me. Per quanto riguarda invece il Re di Spagna è andata così. Un giorno mi sento chiedere da una istituzione .. Ci scusi noi diamo un certo premio, la rosa su cui si deciderà il vincitore è stretta e lei è nella lista. Se lo diamo a lei lo accetterebbe? Io ho risposto subito di sì, un po’ inconsapevolmente. Non sapevo nulla a riguardo e scoprii che, non solo davano una somma di denaro accompagnata anche da una cerimonia ma addirittura sarebbe venuto appositamente a consegnare l’ambito premio il Re di Spagna in persona. La data era fissata per il 9 maggio 2018 al Monastero de Yuste. Per lui, quindi, venire a consegnare quel premio era la cosa più importante nel giorno dedicato all’Europa. Da Strasburgo giunse anche il presidente del parlamento europeo ed altri ministri dell’istruzione. La ministra dell’istruzione italiana Stefania Giannini era impegnata alla consegna del premio (quello poi destinato a me) ed era venuta altresì anche per consegnare una lettera manoscritta del presidente dello Stato italiano Mattarella per il Re di Spagna. Lettera da consegnare assieme, io e la ministra. Successe che dopo la cerimonia il Re mi prende e mi dice: “Senta professoressa, io non mi ero reso conto del Progetto Erasmus (che comunque conoscevo) fintantoché non mi sono trovato di fronte a cinquanta studenti.” Non si trovava infatti nessuno per la Laudatio perché all’epoca, quando io avevo 35 anni nel 1969 gli altri ne avevano 60 e questa solitamente viene fatta da una persona più adulta o anziana. Qualcuno doveva comunque farla e così hanno pensato, in barba alle regole, di invitare tre studenti provenienti da ogni paese. Quei ragazzi hanno parlato con talmente tanta passione, dicono, da far sgorgare le lacrime in più di qualche persona presente. Non è vero che i giovani sono dei nullafacenti (se vi sono è perché sono stati cresciuti in quel modo), dei distratti e che non capiscono nulla. I giovani sono al contrario meravigliosi e meritano tutti i giorni di essere incoraggiati. Questo premio, all’inizio biennale, ora è consegnato annualmente. Un’altra frase che mi disse il Re è: “Abbiamo celebrato recentemente l’anno di Cervantes; a me sembra l’abbiamo celebrato oggi perché lei non aveva nulla ed ha creato tutto questo andando contro ogni minima possibilità di riuscita. Questa è stata un’avventura donchisciottesca.”

Elvio Bordignon nasce a Treviso nel 1975 e abita ad Asolo, si occupa di Relazioni pubbliche e di Comunicazione per le PMI da 20 anni. Ha studiato al Liceo artistico e poi allo IULM di Milano e coltiva la passione per la cultura, l’arte, la bellezza con un debole per le statistiche e la macro economia. Oltre a costruire l’immagine delle aziende come consulente, collabora anche con testate online che curano e valorizzano la cultura, gli aspetti sociali e il nostro patrimonio paesaggistico-artistico. Recentemente ha avviato un proprio progetto internazionale di Digital education and Businesses solutions su internet, dedicato principalmente alle donne e ai giovani.


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Elvio Bordignon nasce a Treviso nel 1975 e abita ad Asolo, si occupa di Relazioni pubbliche e di Comunicazione per le PMI da 20 anni. Ha studiato al Liceo artistico e poi allo IULM di Milano e coltiva la passione per la cultura, l’arte, la bellezza con un debole per le statistiche e la macro economia. Oltre a costruire l’immagine delle aziende come consulente, collabora anche con testate online che curano e valorizzano la cultura, gli aspetti sociali e il nostro patrimonio paesaggistico-artistico. Recentemente ha avviato un proprio progetto internazionale di Digital education and Businesses solutions su internet, dedicato principalmente alle donne e ai giovani.

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