L’Italia continua a navigare nella procedura per deficit eccessivo (Edp) avviata dall’Unione europea nel luglio 2024. L’obiettivo del governo è uscire dal braccio correttivo il più presto possibile, ma il più recente dato statistico complica le previsioni.
Nel corso della giornata di ieri, l’Istat ha pubblicato le cifre definitive per il 2025, attestando che il deficit pubblico si è stabilito al 3,1% del Pil.
Si tratta di un leggero aumento rispetto alla stima preliminare di aprile, con un incremento assoluto di circa 355 milioni di euro. Con il valore al di sopra della soglia di Maastricht, l’Italia resta sotto il braccio correttivo del Patto di stabilità, posticipando così qualsiasi speranza di uscita anticipata.
Istat certifica il deficit 2025 al 3,1% del Pil
Il dato Istat, 3,1% conferma che la renitente soglia del 3% non è stata raggiunta, nonostante le riforme fiscali e le misure di contenimento adottate nel corso dell’anno. Il valore è stato arrotondato, ma la precisione statistica indica un disavanzo netto di 3,079% del prodotto interno lordo. La notizia ha provocato una reazione di rammarico da parte del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha sottolineato quanto fosse difficile confermare una riduzione al di sotto della soglia critica.
Conseguenze sulla procedura per deficit eccessivo (Edp)
Secondo la Commissione europea, la prossima pubblicazione di Eurostat prevista per il 21 ottobre sarà l’ultimo step formale prima della decisione definitiva. Un portavoce ha già ribadito che, data la conferma Istat, è “estremamente improbabile” che Eurostat provveda a una revisione al ribasso significativa.
Il discorso di Giorgetti a Dublino: cautela e realismo
Durante l’incontro informale dell’Ecofin a Dublino, Giorgetti ha risposto alle domande sulla possibile riduzione del deficit con un tono prudentemente pessimista: “Io non sono fiducioso”, ha affermato, aggiungendo che la decisione finale spetta all’Istat e non al governo. Citando l’allenatore serbo Vujadin Boskov, ha paragonato la situazione a un rigore arbitrale: “Se l’arbitro fischia, è rigore; se non fischia, non possiamo fare nulla”. Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, aveva più volte indicato la possibilità di una “uscita dalla Edp quest’anno”, a patto che il deficit scendesse sotto il 3%.
Clausola nazionale di salvaguardia: opportunità o trappola?
Il governo ha attivato la clausola di salvaguardia (Nec) l’11 settembre, chiedendo a Bruxelles di valutare rapidamente la richiesta. Tuttavia, il nuovo assetto del Patto di stabilità, introdotto alla fine del 2023 con una forte impronta germanica, prevede un trattamento differenziato: i Paesi già in Edp (i “peccatori”) non possono beneficiare della clausola per ridurre il deficit, mentre i Paesi fuori procedura (i “virtuosi”) possono aumentare la spesa militare senza innescare l’Edp. Questo meccanismo penalizza l’Italia, costretta a scegliere tra ulteriori investimenti e il mantenimento della procedura.
Prospettive per il 2026-2027 e possibile uscita dalla Edp
Le proiezioni della Commissione indicano un deficit del 2,9% del Pil per il 2026. Se questi numeri si confermeranno e il governo utilizzerà la clausola di salvaguardia in maniera prudente – evitando spese eccessive nel 2026 e impiegandola soprattutto nel 2027-2028 – la Commissione potrebbe considerare l’uscita dall’Edp nella primavera del 2027. Un portavoce ha precisato che la valutazione terrà conto dell’attivazione della clausola, ma solo se il deficit rimane sotto la soglia del 3% negli anni successivi. In sostanza, l’Italia ha ancora una finestra di manovra, ma dovrà gestire con attenzione le spese per energia e difesa per non compromettere il percorso di rientro.
