Il caso del ricercatore italiano Giulio Regeni, scomparso a Cairo nel 2016 mentre conduceva un progetto accademico, è tornato al centro dell’attenzione nazionale. Dopo più di dieci anni di indagini, testimonianze frammentarie e numerosi ostacoli diplomatici, la Corte d’Assise di Roma ha pronunciato una sentenza storica. La decisione, resa nell’aula Occorsio in piazzale Clodio, segna il primo riconoscimento giudiziario in Italia di responsabilità di membri dei servizi di sicurezza egiziani nella vicenda.
Sentenza della Corte d’Assise di Roma
Durante otto ore di dibattimento, i magistrati hanno emesso una condanna a dieci anni di carcere per tre dei quattro agenti imputati. Il giudizio ha riguardato il sequestro di persona riconoscendo che i tre imputati—Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il colonnello Uhsam Helmi—hanno partecipato alla privazione della libertà di Regeni.
Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto per mancanza di prove. La sentenza, ancora non passata in giudicato, prevederà la pubblicazione delle motivazioni entro novanta giorni.
Dettagli delle condanne e delle assoluzioni
Oltre alla pena detentiva, la Corte ha disposto il pagamento di una provvisionale complessiva di 500.000 euro a favore della famiglia Regeni e di 150.000 euro allo Stato italiano, che si era costituito parte civile.
Sharif, pur accusato anche di lesioni e di omicidio, è stato assolto per questi ultimi reati per insufficienza di elementi probatori. Gli altri due colonnelli hanno ricevuto la stessa pena per il solo reato di sequestro. La decisione di non riconoscere l’omicidio come crimine a carico dei condannati è stata motivata dal muro di omertà operativo in Egitto.
Reazioni delle istituzioni italiane
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni ha espresso vicinanza alla famiglia Regeni, sottolineando l’impegno dello Stato italiano quale parte civile nel processo. Durante una conferenza stampa a Praga, la premier ha dichiarato che “in questa ricerca di verità e giustizia abbiamo utilizzato tutti i canali, anche politici e diplomatici con Il Cairo”. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein ha definito la decisione “storica” e ha affermato che nessuno potrà più negare le responsabilità del regime egiziano.
Dichiarazioni degli avvocati della famiglia
L’avvocata Alessandra Ballerini incaricata dei Regeni, ha letto un comunicato in aula, affermando che la famiglia “sente la propria fede nella giustizia ben riposta” e che “la dignità delle persone è inviolabile”. Ha inoltre invitato il governo a richiedere il risarcimento previsto dall’avvocatura di Stato e a riconsiderare i rapporti con un paese che “tortura e uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici”.
Implicazioni diplomatiche e prospettive future
La condanna, sebbene significativa, è poco probabile che venga eseguita in Egitto, dove le autorità continuano a rifiutare la collaborazione e non hanno comunicato i domicili dei condannati. L’Italia, in qualità di parte civile, potrà chiedere l’esecuzione della pena, ma la mancanza di cooperazione egiziana rende l’operazione estremamente difficile. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani ha ribadito che la condanna è rivolta a “tre persone, non all’Egitto”, ma il dibattito interno richiede ora una decisione su eventuali sanzioni o sospensioni delle relazioni bilaterali.
Il caso Regeni, quindi, rappresenta un punto di svolta nella lotta contro l’impunità dei regimi autoritari. La sentenza della Corte d’Assise di Roma non solo sancisce una responsabilità penale per i servizi di sicurezza egiziani ma getta un segnale forte a livello internazionale: la dignità delle vittime non può più essere ignorata e le nazioni ostili dovranno rispondere davanti alla giustizia. Il futuro delle relazioni Italia-Egitto dipenderà dalla capacità di entrambi i governi di tradurre questa decisione in azioni concrete.
