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Flotilla, dopo Ben Gvir lo sfottò della ministra Regev: "Arrivano ubriachi, devono stare in prigione"

flotilla ministra israeliana

Gli attivisti della Flotilla rientrati in Italia denunciano presunti maltrattamenti, mentre la ministra israeliana risponde con toni di sfottò.

La vicenda della Flotilla diretta verso Gaza ha riacceso lo scontro politico e diplomatico tra Israele e diversi Paesi europei, dopo l’intercettazione delle imbarcazioni in acque internazionali e la successiva detenzione degli attivisti. Da un lato le autorità israeliane difendono l’operazione come misura di sicurezza e contrasto a presunti sostenitori del terrorismo e la ministra israeliana ne rivendica la gestione, dall’altro gli attivisti e le istituzioni coinvolte denunciano trattamenti duri, violazioni dei diritti e possibili abusi durante la detenzione, aprendo anche a conseguenze legali e indagini internazionali.

Flotilla, testimonianze shock dopo il rilascio: “Botte e abusi”

Dal lato degli attivisti rilasciati emergono racconti che descrivono un quadro di forte durezza durante la detenzione. Il deputato Dario Carotenuto ha riferito al suo arrivo in Italia: Ci pestavano e ci dicevano ‘Welcome to Israel, raccontando di percosse e condizioni di isolamento.

Ha aggiunto: Ci hanno picchiato selvaggiamente tre energumeni. A un certo punto mi sembrava di non vedere più, descrivendo anche la permanenza in un container utilizzato come area di detenzione improvvisata, dove i fermati sarebbero stati spogliati e trattenuti al freddo.

Anche il giornalista Alessandro Mantovani ha riportato episodi di privazione dei beni personali e controlli militari serrati: Mi hanno tolto i pantaloni col portafoglio e non me li hanno ridati, aggiungendo che gli attivisti venivano identificati con numeri e tenuti in condizioni di costrizione fino al rimpatrio.

Altri partecipanti, tra cui Vittorio Sergi, hanno parlato di un’area portuale trasformata in un centro di detenzione temporaneo, descritta come un vero e proprio campo di concentramento, fatto di container e filo spinato, denunciando anche percosse al minimo segno di protesta.

Parallelamente, sul piano giudiziario, è stata presentata una denuncia che ipotizza il reato di sequestro di persona e altre violazioni. Gli avvocati coinvolti stanno integrando il fascicolo con nuove testimonianze, mentre si valuta l’estensione del caso a livello internazionale, fino a un possibile coinvolgimento della Corte penale internazionale. Le accuse comprendono anche “sistematico uso di violenze, abusi sessuali, condizioni inumane di detenzione che possono rubricarsi a torture secondo articolo 1 e 2 convenzione Onu”, mentre gli inquirenti italiani potrebbero presto ascoltare i testimoni per ricostruire la catena degli eventi.

Flotilla, il video della ministra israeliana scatena nuove polemiche: “Devono stare in prigione”

Dopo l’intercettazione delle imbarcazioni della missione diretta verso Gaza, il linguaggio politico israeliano si è caratterizzato per toni particolarmente duri e rivendicativi. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha diffuso un video che ha rapidamente attirato critiche internazionali, accompagnando le immagini della detenzione con la frase: Ecco cosa succede a chi sostiene i terroristi. Il filmato, circolato sui social, ha alimentato la reazione di diversi governi europei, tra cui Roma e Bruxelles, che hanno contestato la gestione pubblica dei fermati e la rappresentazione degli attivisti.

Nelle ore successive, anche la ministra dei Trasporti e membro del gabinetto di sicurezza Miri Regev ha rilanciato una narrazione analoga, insistendo sul valore “esemplare” della detenzione. In un video pubblicato su X ha dichiarato: Quelli che arrivano sentono in loop “HaTikvah” (l’inno israeliano), affinché capiscano cosa accade a chi arriva in questo modo nello Stato di Israele. Nel suo intervento ha descritto i fermati come “140 sostenitori dei terroristi”, sostenendo che non si trattasse di aiuti umanitari e aggiungendo: I sostenitori dei terroristi devono andare in prigione. Ha inoltre rivendicato l’operato delle forze di sicurezza e dei servizi penitenziari, parlando di espulsioni e trasferimenti nei centri di detenzione come risposta alla violazione del blocco navale.

Le dichiarazioni si inseriscono in un contesto già segnato da tensioni diplomatiche e da un acceso dibattito sul diritto internazionale marittimo, in particolare sulla legittimità degli abbordaggi in acque internazionali. Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto chiarimenti sulle procedure adottate durante il fermo, sollevando interrogativi sul trattamento dei civili coinvolti e sulle condizioni di detenzione nei centri israeliani.