Il quadro internazionale si concentra su Donald Trump e Xi, protagonisti di un delicato intreccio diplomatico e militare che coinvolge il Medio Oriente a causa della guerra con l’Iran. Le tensioni crescono tra dichiarazioni incrociate, equilibri strategici e il timore di un’ulteriore escalation che potrebbe avere effetti su scala globale.
Stretto di Hormuz, NATO e risposta iraniana
Sul piano strategico globale, la NATO starebbe valutando un possibile intervento di supporto alla navigazione nello Stretto di Hormuz qualora la via marittima non venisse riaperta entro l’inizio di luglio. Secondo Bloomberg, l’ipotesi rappresenterebbe un cambio di approccio significativo per l’Alleanza, finora cauta nell’intervenire direttamente nell’area. “La direzione politica viene prima, e poi la pianificazione formale viene dopo”, ha dichiarato Alexus Grynkewich, comandante NATO in Europa, aggiungendo: “Ci sto pensando? Assolutamente”.
L’idea, secondo le indiscrezioni, non avrebbe ancora il consenso unanime dei membri, pur raccogliendo il sostegno di diversi Paesi dell’Alleanza. Il tema potrebbe essere discusso nel vertice del 7-8 luglio ad Ankara. Restano tuttavia dubbi operativi su come garantire la sicurezza del traffico navale, anche alla luce del precedente tentativo statunitense (Project Freedom), durato appena circa 36 ore.
Sul fronte iraniano, la risposta retorica si è fatta più dura. Il portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia ha avvertito: “Se i nemici ripeteranno i loro atti ostili e intraprenderanno stupide azioni attaccando l’Iran, apriremo nuovi fronti contro di loro”. Ha poi aggiunto che “L’obiettivo principale dei nostri nemici è la disintegrazione dell’Iran”, ma che tali tentativi “hanno fallito”. In questa prospettiva, Teheran sostiene di non poter essere isolata né sconfitta e promette una risposta ampliata in caso di nuove aggressioni: “apriranno nuovi fronti con nuovi strumenti e nuovi metodi”.
Secondo l’agenzia Irna, Akraminia ha inoltre rivendicato “la superiorità delle forze armate iraniane su Hormuz e l’irreversibilità della situazione con l’impossibilità di tornare al passato nello Stretto”, sottolineando così l’alta tensione attorno a uno dei passaggi energetici più sensibili al mondo.
“Xi me l’ha promesso, gli credo sulla parola”. Guerra in Iran, l’annuncio di Donald Trump
Donald Trump ha rilanciato una valutazione molto netta sul conflitto, affermando che una eventuale ritirata oggi comporterebbe tempi lunghissimi per Teheran: “Se dovessimo lasciare ora, all’Iran servirebbero 25 anni per ricostruire. Ma non lasciamo: vogliamo fare le cose per bene”. Il presidente americano ha inoltre sostenuto che la capacità militare iraniana sarebbe fortemente compromessa, dichiarando che i missili di Teheran “sono esauriti all’82%” e che “la loro capacità produttiva è molto ridotta, poiché li abbiamo colpiti. La loro Marina è stata annientata”. Ha poi aggiunto un riferimento geopolitico a Pechino: “Il presidente Xi mi ha promesso che non invierà armi all’Iran. Gli credo sulla parola”.
Sul piano interno americano, Trump ha difeso la propria linea sul conflitto, respingendo le critiche legate al consenso pubblico: “Tutti mi dicono che è impopolare, ma io penso che sia molto popolare”. Ha anche sottolineato la difficoltà di comunicare le scelte militari: “Non ho abbastanza tempo per spiegare la guerra alla gente. Sono troppo occupato a portarla a termine. A prescindere che sia popolare o impopolare, la devo fare”.
In parallelo ha ribadito la posizione sul programma nucleare iraniano, parlando di rischio estremo: “Non ho dubbi che la userebbe. Sarebbe un olocausto nucleare. Non consentirò che questo accada sotto i miei occhi”. Infine, ha riferito pressioni diplomatiche ricevute da Paesi del Golfo: “Sono stato chiamato ieri e mi è stato chiesto” di sospendere le operazioni, citando Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e ha indicato per Teheran “un periodo limitato: 2-3 giorni, forse fino all’inizio della settimana”.
Nel frattempo, il fronte mediorientale resta teso anche sul terreno. L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione di dodici centri nel Libano meridionale e nella valle della Bekaa, poche ore dopo un primo avviso. Le località interessate sono “Toura, Nabatieh, Habbouche, Bazouria, Tayr Debba, Kfar Hounah, Ain Qana, Labaiah, Jebchit, Chehabiye (Tayr Zibna), Bourj Al Shamali (Tiro) e Houmine El Faouqa”, secondo quanto pubblicato su X dal portavoce militare Avichay Adraee.