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Indagine sull'attentato a Sigfrido Ranucci: quattro misure cautelari eseguite

Indagine sull'attentato a Sigfrido Ranucci: quattro misure cautelari eseguite

Le forze dell'ordine hanno eseguito quattro misure cautelari nei confronti di presunti esecutori dell'attentato esplosivo contro Sigfrido Ranucci avvenuto il 16 ottobre 2026 a Pomezia; tre in carcere e una ai domiciliari, indagini aperte sui mandanti.

Una svolta nelle indagini sull’attentato esplosivo contro il giornalista Sigfrido Ranucci ha portato all’esecuzione di quattro misure cautelari il 30 giugno 2026. I provvedimenti, richiesti dalla Direzione Distrettuale Antimafia e disposti dal gip presso il Tribunale di Roma sono stati eseguiti dai Carabinieri del Comando Provinciale di Roma, con l’ausilio dei reparti competenti delle province coinvolte.

L’operazione ha interessato diverse località in Campania e ha portato in carcere tre persone mentre una è stata posta agli arresti domiciliari. Le misure riguardano reati connessi alla detenzione e all’uso di esplosivi, al danneggiamento e alla minaccia, aggravati dall’aver agito con modalità riconducibili al metodo mafioso.

Gli arrestati e i luoghi delle misure cautelari

Tra gli indagati figurano Antonio Passariello residente a Cicciano e tre persone provenienti dall’area dell’Avellinese: Marika De FilippiSaverio Mutone e Pellegrino D’Avino. Complessivamente i soggetti hanno un’età compresa tra i 22 e i 53 anni. Tre sono stati tradotti in carcere e uno posto ai domiciliari a seguito dell’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Roma.

Le località in cui sono avvenute le esecuzioni delle misure includono comuni campani noti per le residenze degli indagati: CiccianoNola e Avella. L’azione ha coinvolto reparti dei Comandi Provinciali competenti per territorio, coordinati dal Comando Provinciale di Roma.

Profilo degli indagati

Secondo gli atti dell’inchiesta alcuni dei fermati risultano avere precedenti per reati diversi; tra questi, al 53enne sono contestati reati gravi come sequestro di persona, violenza sessuale, rapina ed estorsione, mentre altri hanno precedenti per reati legati allo spaccio. Nel provvedimento iniziale era stata anche contestata l’ipotesi di strage, poi non riconosciuta dal gip nell’ordinanza.

Il fatto contestato: l’esplosione del 16 ottobre 2026 a Pomezia

La vicenda trae origine dalla sera del 16 ottobre 2026 quando un ordigno fu fatto esplodere davanti al cancello dell’abitazione del giornalista a Pomezia località nelle vicinanze di Roma. L’esplosione distrusse due autovetture e danneggiò il muro perimetrale della proprietà, creando un grave rischio per l’area residenziale interessata.

I rilievi tecnico-scientifici hanno accertato la natura dell’ordigno e indicato l’impiego di una carica a elevato potere distruttivo. Le indagini hanno sfruttato l’analisi di filmati di videosorveglianza, rilievi balistici e l’esame del traffico telefonico per ricostruire gli spostamenti di persone e veicoli collegati all’azione criminosa.

Elementi tecnici chiave

Tra gli elementi utili alle investigazioni è emerso l’uso di materiale esplodente riconducibile alla cosiddetta gelatina da cava e l’individuazione di un veicolo utilizzato dagli esecutori, una Fiat 500X noleggiata in Campania, ripresa da una telecamera sulla S.S. 148 “Pontina” mentre si muoveva verso Roma e faceva rientro rapidamente dopo l’attentato. L’intersezione dei dati dei ripetitori telefonici con i tabulati del veicolo ha contribuito a tracciare il percorso del commando.

Ritratto dell’inchiesta: mandanti, supporti e ostacoli alle indagini

Le indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia ricostruiscono un’azione eseguita su mandato di terze persone, al momento non identificate, dietro compenso economico. Gli inquirenti contestano che i mandanti avrebbero organizzato supporti logistici e finanziari per tutelare gli esecutori, mettendo a disposizione fondi, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e pianificando una possibile fuga all’estero.

Nel corso dell’attività investigativa sono emersi tentativi di inquinamento probatorio: gli indagati avrebbero effettuato bonifiche per cercare microspie, distrutto schede SIM e concordato strategie difensive omertose per nascondere i loro legami e proteggerne i mandanti. Sono in corso numerose perquisizioni rivolte a soggetti sospettati di aver fornito l’esplosivo o il supporto logistico necessario all’attacco.

Le coordinate investigative rimangono aperte: gli inquirenti continuano a cercare elementi utili a risalire all’identità dei mandanti e alle dinamiche di finanziamento e approvvigionamento del materiale esplosivo.

Dichiarazioni della vittima

Il giornalista coinvolto ha commentato: “Sapevo che sarebbe avvenuto qualcosa, ma ovviamente dalle indagini non è trapelato nulla” e ha aggiunto: “Adesso aspettiamo gli sviluppi“. Ranucci ha poi ringraziato il Nucleo investigativo dei Carabinieri e il dottor Carlo Villani per l’impegno nelle indagini, precisando che “Adesso bisognerà capire i dettagli di tutta questa vicenda e capire se ci sono altri livelli” e che, da quanto appreso, vi sarebbero persone che hanno organizzato, fornito assistenza e cercato di cancellare tracce distruggendo schede SIM.

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