Taraneh e Romina Rahimi, gemelle iraniane di 19 anni, sono state condannate rispettivamente a morte e a 25 anni di carcere dopo aver partecipato alle proteste antigovernative di gennaio a Isfahan. La famiglia denuncia torture e confessioni estorte e teme che l’esecuzione di Taraneh possa avvenire rapidamente.
Iran, gemelle condannate dopo le proteste: la famiglia denuncia torture
Taraneh e Romina Rahimi, gemelle iraniane di 19 anni, frequentavano il liceo quando, tra l’8 e il 9 gennaio, parteciparono a una manifestazione antigovernativa a Isfahan. Circa un mese dopo, secondo il racconto dei familiari al Guardian, furono prelevate di notte dalle loro camere da uomini mascherati, identificati come appartenenti ai Guardiani della rivoluzione islamica.
La madre, Marzieh Nourmohammadi, rimase per quattro mesi senza informazioni sulla loro sorte, cercandole invano negli ospedali, nei tribunali e negli uffici statali. Solo una telefonata la convocò nel carcere di Dowlatabad, dove a maggio riuscì finalmente a incontrarle.
Il cugino Masoud Nourmohammadi, residente negli Stati Uniti da 22 anni, ha raccontato che le giovani sono apparse profondamente segnate: avevano il volto gonfio, lividi, fratture ai gomiti, alle nocche e ai piedi e avevano perso gran parte dei capelli.
Secondo la famiglia, sarebbero state sottoposte a lunghi periodi di isolamento. Taraneh avrebbe inoltre denunciato di essere stata costretta a firmare una confessione sotto la minaccia di violenze sessuali contro la sorella. Gli avvocati sostengono che le ammissioni siano state ottenute attraverso la tortura e che non siano state presentate prove del coinvolgimento delle ragazze in atti violenti.
Iran, gemelle arrestate dopo le proteste: una condannata a morte, l’altra a 25 anni
Il procedimento, celebrato a porte chiuse senza che la madre potesse assistervi, si è concluso con la condanna a morte di Taraneh e una pena di 25 anni di carcere per Romina. Le due sorelle rientrano nel cosiddetto “caso di piazza Shohada di Isfahan”, che coinvolge 16 imputati arrestati dopo le proteste di gennaio: dieci, tra cui Taraneh, sono stati condannati alla pena capitale, mentre gli altri hanno ricevuto lunghe pene detentive.
Le contestazioni comprendono moharebeh, ossia “inimicizia contro Dio”, per il presunto possesso di armi da taglio, oltre a danneggiamento di beni pubblici, riunione illegale e propaganda contro il regime. Dopo la sentenza, i familiari non hanno più potuto incontrare le gemelle e temono che l’impiccagione possa avvenire prima che sia possibile ottenere un riesame.
Masoud, che ha deciso di rendere pubblica la vicenda nonostante le minacce di morte ricevute, ha denunciato al Guardian: «Non seguono nemmeno le loro stesse leggi», richiamando il periodo di 18 giorni previsto per il ricorso. Il cugino ritiene che la severità della pena serva a scoraggiare nuove manifestazioni: «Credo che vogliano incutere paura nella popolazione». Il caso si inserisce nella più ampia repressione delle proteste iraniane, per la quale circolano bilanci delle vittime e degli arresti molto divergenti tra organizzazioni per i diritti umani e autorità della Repubblica islamica. La famiglia continua intanto a chiedere di poter rivedere le due giovani e di scongiurare l’esecuzione di Taraneh.
