La nuova incriminazione di James Comey rappresenta l’ennesimo capitolo dello scontro con Donald Trump, iniziato ai tempi del Russiagate e mai realmente concluso. L’ex direttore dell’FBI è accusato di aver minacciato il presidente attraverso un post sui social interpretato come un incitamento alla violenza, riaprendo così un duro confronto tra giustizia, politica e libertà di espressione negli Stati Uniti.
James Comey, lo scontro con Trump e il precedente del Russiagate
La vicenda giudiziaria si inserisce in un conflitto politico e personale che dura da quasi dieci anni. Da direttore dell’FBI, Comey guidò infatti le indagini sui tentativi della Russia di influenzare le elezioni presidenziali del 2016 a favore di Trump, il cosiddetto Russiagate.
Proprio mentre quell’inchiesta era ancora in corso, nel 2017 Trump lo licenziò in modo improvviso, trasformandolo da alto funzionario federale a uno dei suoi oppositori più visibili. Da allora il presidente ha continuato a considerarlo il simbolo di quella che definisce una persecuzione giudiziaria ai suoi danni.
Come riportato da Sky Tg24, già nel settembre scorso Comey sarebbe stato incriminato per falsa testimonianza e ostruzione ai lavori del Congresso, con l’accusa di aver mentito alla commissione Giustizia del Senato durante un’audizione sui rapporti tra il comitato elettorale di Trump e la Russia.
Anche quel procedimento era stato letto come un tentativo di colpire un avversario politico, ma venne archiviato poche settimane dopo perché un giudice federale stabilì che la nomina della procuratrice incaricata era irregolare. Ora la nuova incriminazione riporta lo scontro al centro della scena.
James Comey nel mirino di Donald Trump: mandato d’arresto per l’ex direttore dell’FBI
Come riportato dall’Ansa, James Comey, ex direttore dell’FBI e da anni tra i più noti critici di Donald Trump, pare sia stato nuovamente incriminato dal Dipartimento di Giustizia statunitense. Questa volta l’accusa riguarda un post pubblicato sui social nel 2025 durante una vacanza sulle coste della North Carolina: nella fotografia comparivano alcune conchiglie disposte a formare i numeri “86 47”. Nel linguaggio colloquiale americano, “86” può significare rimuovere o eliminare qualcuno, mentre “47” richiama Trump in quanto quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Per l’amministrazione repubblicana e per alcuni membri della famiglia Trump, quel messaggio rappresentava una vera e propria minaccia di morte nei confronti del presidente.
Dopo le prime polemiche, Comey aveva eliminato il contenuto spiegando di non essere a conoscenza della possibile interpretazione violenta di quel numero e ribadendo la propria contrarietà a qualsiasi forma di violenza. Il Secret Service lo interrogò sia telefonicamente sia di persona, mentre il Dipartimento di Giustizia inizialmente decise di non procedere. Negli ultimi mesi, però, il caso è stato riaperto e un gran giurì della North Carolina ha autorizzato due capi d’accusa: il primo per minaccia alla vita e all’integrità fisica del presidente degli Stati Uniti, il secondo per aver trasmesso volontariamente una comunicazione contenente una minaccia di morte. Sarebbe stato inoltre emesso un mandato d’arresto, un fatto eccezionale per un ex capo dell’FBI. Il ministro della Giustizia ad interim Todd Blanche ha dichiarato che qualsiasi minaccia contro il presidente sarà perseguita senza eccezioni, sottolineando che il nome dell’imputato non modifica la gravità della presunta condotta.
Comey ha risposto con un video pubblicato su Substack, dichiarandosi innocente, affermando di non avere paura e di continuare a credere nell’indipendenza della magistratura federale. I suoi legali punteranno sulla tutela della libertà di espressione garantita dalla Costituzione, sostenendo che una semplice fotografia di conchiglie non possa essere considerata una minaccia senza la prova di una reale intenzione criminale. Il processo, quindi, non rappresenta solo una battaglia personale tra Trump e il suo ex capo dell’FBI, ma anche un test sul rapporto tra potere politico, giustizia federale e tenuta dell’equilibrio istituzionale americano.